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Green New Deal: sostenibilità e investimenti con un occhio a Bruxelles-Parla De Castro

Lo sviluppo sostenibile e il rispetto per l’ambiente sono tematiche ormai consolidate all’interno del dibattito pubblico. Le manifestazioni che hanno riempito piazze in tutto il mondo e il successo della figura di Greta Thunberg hanno ulteriormente animato una issue che si stava già facendo strada in maniera trasversale nei giornali e nelle agende politiche.
In Italia il tema delle riforme verdi è stato fin dalle prime battute uno dei cavalli di battaglia del nuovo esecutivo “giallorosso” targato Giuseppe Conte, che già nella presentazione del programma di governo alla Camera lo scorso 4 settembre aveva più volte sottolineato l’importanza della questione ambientale.
L’espressione utilizzata dal premier per raccogliere tutti i progetti di questo tipo è stata quella del “Green New Deal” (GND), locuzione già in voga nel dibattito americano, grazie anche alla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, 30enne che (insieme al senatore Ed Markey) ha proposto una mozione sul tema ambientale ripresa appunto dalla stampa con il nome di “Green New Deal”.
In Italia il Green New Deal, già accennato in proposte marginali nella scorsa legislatura, è entrato ufficialmente nel dibattito parlamentare di primo piano lo scorso 2 novembre con la presentazione in Senato del DDL relativo alla Legge di Bilancio per l’anno 2020 (AS 1586).
L’articolo 11 del testo (ancora preliminare) reca infatti misure volte alla realizzazione di un piano di investimenti pubblici per lo sviluppo di un Green new deal italiano, a cominciare dall’istituzione di un Fondo da ripartire con dotazione di 470 milioni di euro per l’anno 2020, 930 milioni di euro per l’anno 2021 e 1.420 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022 e 2023. Tale fondo, alimentato con i proventi della messa in vendita delle quote di emissione di C02, sarà utilizzato dal MEF per finanziare progetti economicamente sostenibili dotati di specifiche finalità, come la decarbonizzazione dell’economia, la rigenerazione urbana, il turismo sostenibile, la mitigazione dei rischi derivanti dal cambiamento climatico e lo sviluppo di un’economia circolare. Tema questo particolarmente rilevante anche perché strettamente collegato alla direttiva 2019/904/UE, che mira a ridurre il consumo di utensili di plastica monouso, in virtù di sistemi basati sull’economia circolare.
Disposizioni sull’utilizzo della plastica sono presenti anche all’articolo 79 del testo presentato in Senato che disciplina appunto l’imposta sul consumo dei manufatti in plastica con singolo impiego.
Non si tratta dell’unico riferimento all’Unione Europea. Nel testo viene infatti puntualmente sottolineato come i piani di investimento ambientali previsti dal Green New Deal italiano debbano essere coordinati con le future iniziative a livello comunitario, per ora solamente annunciati dalla nuova Commissione von der Leyen. In attesa dell’insediamento, i commissari hanno già fatto filtrare robusti porogetti di sostegno ad attività verdi che avranno il compito di guidare e coadiuvare le iniziative dei singoli stati membri.
Il contributo statale all’economia sostenibile però non sarà esclusivamente mirato ad investimenti diretti di tipo pubblico. Sono presenti anche numerose disposizioni in materia di sostegno alle imprese e garanzia sulle ristrutturazioni per accrescimento dell’efficienza energetica. Nello specifico, il DDL (provvisorio, vale la
pena ricordarlo) sottolinea che può essere concesso un contributo a fondo perduto per spese di investimento, sino ad una quota massima del 15 per cento dell’investimento medesimo. Va letta in quest’ottica anche la proroga alle detrazioni per le spese di riqualificazione energetica, indicata dall’articolo 19.
L’obiettivo è quello di coinvolgere fortemente anche i privati in questo nuovo progetto che non vuole però essere ridotto ad un mero insieme di disposizioni normative, ma puntare invece ad incidere direttamente sulla natura del paese.
A conferma di questa nuova filosofia di pensiero troviamo anche l’articolo 12 incentrato sulla Green Mobility. Con riferimento agli autoveicoli delle pubbliche amministrazioni, viene infatti prescritto che il rinnovo della loro dotazione debba avvenire per almeno il 50% mediante acquisto o noleggio di veicoli ad energia elettrica o ibrida; questa disposizione, tuttavia, viene applicata solo in caso di acquisto/noleggio di almeno due autoveicoli.
È ancora troppo presto per affermare che l’Italia abbia intrapreso una rivoluzione verde, poiché il testo è ancora in discussione e le coperture saranno sicuramente oggetto di lunghe discussioni. Resta tuttavia ferma l’idea di dare ancora più risalto a un dibattito spesso rimasto solo di facciata e mai pienamente implementato nelle agende dei decisori pubblici. Concretizzare gli slogan e le buone intenzioni è una delle sfide più calde sul tavolo del nuovo esecutivo.

Per provare a comprendere più concretamente i contenuti del DDL, la redazione di AWARE ha avuto il piacere di rivolgere alcune domande a Paolo De Castro, già ministro delle politiche agricole nei governi D’Alema (1998-2000) e Prodi II (2006-2008) ed eurodeputato dal 2009; per due periodi è stato Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo.
Attraverso questa intervista abbiamo provato a interpretare le scelte del GND italiano, concentrandoci anche sull’indissolubile legame con le possibili riforme a livello europeo.

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Paolo De Castro eurodeputato dal 2009.

Siamo di fronte a un progetto molto ambizioso. Suddividendo in due filoni i contenuti del DDL, ritiene che per un paese come l’Italia possa risultare più utile un piano di investimenti direttamente pubblico o che il coinvolgimento di privati mediante sussidi e detrazioni abbia più probabilità di dimostrarsi incisivo?

Tutti e due. Servono sia interventi diretti che quindi promuovano di fatto investimenti green, sia interventi che coinvolgano i privati. Penso per esempio quelli per il riscaldamento dell’acqua con pannelli fotovoltaici o ai contributi per la ristrutturazione degli immobili in chiave sostenibile.
Però, nel momento in cui parte una nuova Commissione (il 1 dicembre si vota la fiducia ndr) che ha come sottotitolo “a new European Green Deal”, uno stato membro prima di mettere in campo azioni, deve confrontarsi con le proposte che arrivano a livello europeo così da svolgere un’attività sinergica con l’Unione, anche approfittando dei sostegni che possono essere stanziati.

C’è tanta Europa nelle disposizioni relative a questo punto . Viene citata più volte la direttiva 2019/904/UE (plastica monouso e economia circolare ndr) e si parla espressamente anche del “Green New Deal europeo”, inteso come linea guida da seguire per lo sviluppo di quello italiano. In che modo l’Ue può guidare l’Italia sia da un punto di vista normativo, sia da un punto di vista economico?

Gli stimoli possono essere tantissimi ad esempio nel mio settore, la politica agricola. L’Europa potrebbe decidere di rilanciare attraverso questo settore i comportamenti sostenibili, favorendo pratiche ecologiche da parte dei nostri 12 milioni di agricoltori. D’altronde quando parliamo di sostenibilità, parliamo sostanzialmente di terra e acqua e chi gestisce queste risorse se non gli agricoltori?
Questo è solo uno dei tanti esempi. Ma ci sono anche i tanti programmi di ricerca, gli incentivi che possono essere forniti alle amministrazioni anche attraverso progetti a livello comunitario, come il programma Life o il programma Urban che inseguono proprio il fine della sostenibilità. Esistono un’infinità di iniziative europee che possono dare un impulso sul tema.

Nel DDL non è presente un collegamento diretto tra sviluppo sostenibile e imprese agricole. L’agricoltura ha per sua natura più interessi di tutti a diventare sostenibile, che passi deve compiere per poter arrivare a trainare anche le altre imprese verso una transizione ecologica?

Innanzitutto dobbiamo ricordare che la politica agricola è di competenza europea, non esistono politiche agricole nazionali. Noi già a livello europeo abbiamo spinto gli agricoltori verso comportamenti più verdi. La
novità più grossa è stata l’introduzione del Greening ovvero il dedicare il 30% di tutte le spese della politica agricola europea in investimenti sostenibili; ma anche la messa in campo di una superficie ecologica, o l’obbligatorietà di tutte le imprese agricole europee di mettere a riposo permanente il 5% della propria superficie per creare dei corridoi ecologici, utile soprattutto per la fauna selvatica e per favorire la biodiversità, scoraggiando le monoculture specializzate che risultano molto dannose.

L’ambizione futura è quella di agganciare questi dibattiti al Green New Deal, ma lo vedremo già prima di Natale quando la Commissione di Ursula Von Der Leyen metterà sul tavolo le prime proposte.
Torniamo al testo della legge di bilancio. Subito dopo l’articolo sul Green New Deal si parla di Green Mobility relativamente al rinnovamento del parco autoveicoli della PA. Ritiene che si possa, e soprattutto si debba, fare uno sforzo in più?

Penso proprio di sì. È una delle ambizioni non solo italiane, ma anche europee. Le spinte possono essere molto più ambiziose, come maggiori promozioni di veicoli ibridi e elettrici non solo a livello di pubblica amministrazione. L’industria automobilistica sta già producendo molto, ma fino a che non ci sarà una rete distributiva di energie adatta alla ricarica di questi veicoli elettrici ci sarà poco da fare: bisogna promuovere un’infrastruttura che possa consentire lo sviluppo di questo settore, come accade ad esempio in alcuni paesi nordeuropei. Senza la certezza di trovare la ricarica, il privato è chiaramente disincentivato a investire.
È importantissimo intervenire in questo settore proprio per quanto incide sull’inquinamento atmosferico.

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