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Nuovo rapporto sull’economia circolare e la bioeconomia

La fotografia sullo stato dell’arte dell’economia circolare è stata scattata dal Circular Economy Network (CEN), la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo, e dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA). Le due istituzioni hanno presentato il 19 marzo 2020, in diretta streaming, il “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia” 2020.

Le novità nel Rapporto

Questa edizione del report si è caratterizzata per la scelta di focalizzarsi non solo sulla circular economy, ma anche sulla bioeconomia e sul ruolo che essa svolge nella lotta al cambiamento climatico. Innanzitutto la bioeconomia rappresenta un settore della green economy, concetto ben più ampio, all’interno del quale si inserisce anche l’economia circolare. A riguardo, il report distingue quali attività possono essere considerate appartenenti alla bioeconomia e quali meno, ovvero quelle che “si basano su risorse biologiche che devono essere utilizzate in modo sostenibile garantendo la loro rinnovabilità, la resilienza degli ecosistemi e la conservazione degli stock del capitale naturale che le forniscono”.

Bioeconomia e risorse naturali

Con questa distinzione viene evaso ogni dubbio su quali attività rientrano nella bioeconomia, sottolineando l’importanza della rinnovabilità e della capacità di non alterare in maniera irreparabile il capitale naturale essenziale a tali risorse naturali per la loro esistenza. Dunque, si scrive che la bioeconomia per essere considerata circolare deve essere rigenerativa.

Ed è proprio questo l’aspetto cruciale su cui serve soffermarsi, in quanto le risorse naturali utilizzate nella realizzazione di attività connesse alla bioeconomia necessitano di tempo per rigenerarsi, e di cui la natura, a volte, ne chiede molto. Si pensi ad esempio alla selvicoltura, che riguarda l’impianto, la conservazione e l’utilizzo dei terreni boschivi, questa è una delle priorità per la bioeconomia italiana, contenute nella “Strategia italiana per la bioeconomia”.

Secondo il Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia, tra il 2017 ed il 2018, circa 6 milioni di metri cubi di legna vengono destinati ad usi industriali. Il tempo necessario per la crescita di un albero, materiale largamente utilizzato anche nel settore della bioeconomia, è molto. E già nel lontano 1294, attraverso “l’Ordinanza delle foreste”, si imponeva una potatura degli alberi ad un ritmo tale da permettere alle foreste di vegetare nuovamente, permettendone quindi la rigenerazione in un senso di sostenibilità. 

Acqua e suolo – Risorse fondamentali, ma a rischio

Il legno non è l’unica risorsa naturale che necessita di protezione, si pensi al suolo, ad esempio, del quale in Europa ogni anno ne viene impermeabilizzato in media un’area di 348 chilometri quadrati. E l’Italia è al primo posto con un tasso quadruplo rispetto alla media europea.

Poi c’è l’acqua, fondamentale per l’esistenza degli esseri viventi, ma anche per le attività comprese nella bioeconomia. Ebbene, in questo caso, nonostante il miglioramento da 15 anni a questa parte dei corpi idrici in Europa, “siamo ancora ben lontani dagli obiettivi di buona qualità ecologica delle acque”. Il principale inquinatore è l’agricoltura, anche attraverso l’uso dei pesticidi, di cui l’Italia è il Paese europeo che ne utilizza la maggior quantità, secondo i dati pubblicati nel 2018 da Ispra, e la maggior parte di questi pesticidi inquina le acque. Nel 2016, in particolar modo, è stata riscontrata la presenza di pesticidi nel 67,0% delle acque superficiali e nel 33,5% delle falde acquifere. Inoltre, durante la sua presentazione, Alberto Morabito (ENEA), ha sottolineato come a causa del Coronavirus è stato stimato un aumento nel consumo di acqua del 30%, dato dall’incremento di volte in cui ci si lava le mani.

Le attività della bioeconomia svolte secondo il principio della rigenerazione permettono alle risorse naturali impiegate di ricostituirsi ed essere così nuovamente riutilizzate secondo il principio della circolarità.

I dati economici che esprimono al meglio l’importanza di questo settore economico vengono così presentati nel report: “In Italia le attività connesse alla bioeconomia nel 2017 hanno fatturato oltre 312 miliardi di euro e impiegato circa 1,9 milioni di persone, rappresentando il 19,5% del PIL nazionale e l’8,2% degli occupati” (JRC, 2017).

L’economia circolare

Riguardo l’economia circolare, il report esplora l’attuale contesto richiamando il Green Deal Europeo (di cui abbiamo già scritto), ma anche le politiche nazionali come il Piano Industria 4.0, il Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca (FRI), l’introduzione della Plastic Tax, e altre, tutte volte ad incentivare e sostenere la transizione dal tipico modello lineare a quello circolare.

I risultati ottenuti dall’analisi hanno tenuto in considerazione i cinque settori del Piano europeo per l’economia circolare del 2015: produzione, consumo, gestione dei rifiuti, materie prime seconde e innovazione e investimenti e “per ciascuno di questi settori è stato individuato un set di indicatori”.

Tali settori ed indicatori sono stati considerati anche per le altre 4 principali economie che compongono l’UE: Germania, Francia, Spagna e Polonia, con quest’ultima che ha preso il posto del Regno Unito.

L’Italia è prima nella classifica secondo “l’indice complessivo di circolarità”, ma negli altri settori la performance non è sempre la migliore.

Nel settore della produzione siamo primi a ben dieci punti dalla Germania, seconda, e manteniamo la posizione rispetto al 2019. Nel settore del consumo, invece, come l’anno scorso, ci confermiamo terzi, con metà del punteggio ottenuto dalla prima: la Francia.

Per quanto a molti possa sembrare strano, nel settore della gestione dei rifiuti l’Italia si posiziona prima, guadagnando addirittura un punto in più dell’anno scorso grazie anche alla percentuale di riciclo che risulta “pari al 68%, nettamente superiore alla media europea (57%)”.

Nel settore del mercato delle materie prime seconde, ovvero quelle materie derivanti dalla lavorazione delle materie prime o materiale riciclato nuovamente impiegabili nella produzione, l’Italia è in seconda posizione, sotto la Francia. Per questo settore è stato utilizzato come parametro di valutazione il tasso di utilizzo circolare di materia (CMU), pari al 17,7%, ovvero di molto superiore all’11,7% della media europea ed il bilancio import/export dei materiali riciclati (EU, extra EU).

Infine, riguardo l’innovazione e gli investimenti, l’indice di performance del settore ci porta in terza posizione, dove stiamo rapidamente perdendo terreno in quanto terzultimi in Europa per investimenti in economia circolare.

Indubbiamente, l’analisi ha portato alla luce ottimi risultati per il nostro paese, appunto, primo, tra le cinque principali economie europee. Tuttavia, è necessario ancora uno sforzo per il consolidamento dei risultati ed il miglioramento degli indicatori meno positivi poiché “stiamo perdendo posizioni: a minacciare un primato che è anche un asset per la nostra economia è la crescita veloce di Francia e Polonia, che migliorano la loro performance con, rispettivamente, più 7 e più 2 punti di tasso di circolarità nell’ultimo anno, mentre l’Italia segna il passo.”

Il rapporto completo è consultabile qui

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