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La furia iconoclasta

C’è sempre un vento che, partendo dagli Stati Uniti, comincia ben presto a soffiare in Europa. Accade spesso. E il suo accadere ci muta da osservatori in protagonisti di fenomeni umani destinati a cambiare il corso della storia. I risultati spesso convergono: un segnale, questo, di un vento deciso e caparbio. Si sa, le affinità che legano il Vecchio continente al Nuovo sono così tante che, non a caso, chiamiamo indistintamente i due continenti con l’appellativo “Mondo Occidentale”. Una somiglianza di valori e vedute che diventano presagio di un fato condiviso.

George Floyd

L’ultimo vento, funesto e dirompente, si è alimentato a partire dal triste evento di George Floyd, il cittadino americano barbaramente ucciso dalla polizia. Un caso che ha turbato le coscienze di ogni parte del globo, rendendo quella vittima l’ennesimo martire della guerra al razzismo. Questione che l’America non ha mai risolto davvero. Nemmeno un Presidente degli Stati Uniti come Obama, primo afroamericano alla Casa Bianca, è riuscito a mettere la parola fine al dannato suprematismo bianco che corrode le logiche della società americana. Una questione che si protrae essenzialmente dalla scoperta del continente, si sa, è Storia: l’europeo conquistatore che ha spazzato via prima i nativi, poi la tratta degli schiavi e dopo ancora la segregazione razziale, il Ku Klux Klan, nonostante le leggi ed il trascorrere del tempo, una diffidenza ed una disparità di trattamento dilagante.

Una questione mai risolta, prima o poi, all’ennesimo pretesto, presenta il conto. Proteste sono quindi alimentate in ogni Stato americano e, da qui, si sono diffuse rapidamente oltre l’atlantico. I fuochi della rabbia montavano e, con questa, si è aperta la strada della violenza. Scontri, incendi, saccheggi, distruzioni di negozi e vetrine, decapitazioni di statue e commemorazioni abbattute e oltraggiate. Si percepiva (e si percepisce ancora) davvero un’aria di rivoluzione: si spazza via il vecchio Potere, distruggendo i suoi simboli, i suoi idoli. Ma la furia distruttiva, una volta scatenata, si muove senza logica e senza volontà: ingloba, mangia e mastica, senza sosta, qualsiasi cosa sia avversa alla sua ragion d’essere.

La Storia è Storia, non si cancella per convenienza, non si scrive con prepotenza

Grosse funi legate al collo di statue di personaggi illustri venivano trainate portando il marmo per terra a sgretolarsi, l’ottone e il ferro ribalzavano e, su questi, si ergevano, vittoriosi, i rivoluzionari. Come i cacciatori con la loro preda senza vita che si scattano la foto sorridenti per il loro nuovo trofeo, sicché a vederli si rimane colpiti della superiorità morale ed estetica dell’animale morto in rapporto al cacciatore, così, allo stesso modo, si prova una certa pena, un certo disgusto, per questi rivoluzionari. Rivoluzionari? Nella maggior parte dei casi la storia nemmeno la conoscono e le uniche rivolte o rivoluzioni le hanno viste solo al cinematografo. Perché, pensandoci bene, solo chi non conosce la storia può aver compiuto quel volgare vilipendio alla statua di W. Churchill, tradizionalmente considerato un eroe della seconda guerra mondiale. Marchiato anch’egli dalla vernice rossa con su scritto “He was a racist”: lui era un razzista. Dimenticandosi che a lui, dobbiamo la libertà, soprattutto questa libertà: quella di abusare della libertà stessa.

Il bersaglio italiano: Indro Montanelli 

Gli italiani, che forse detengono il primato nella mancata conoscenza della Storia, hanno ben presto emulato i cugini d’oltremanica e d’oltreoceano. Alle iniziali proteste composte, legittime e sacrosante di chi si è unito contro il razzismo, ben presto anche qui le azioni si sono sostituite alle parole e, così, si è andati alla ricerca di bersagli: Indro Montanelli. Un passato certamente oscuro, un personaggio sicuramente controverso, ma altrettanto certamente, altrettanto sicuramente, un grande giornalista, letterato, scrittore, storico: una penna rara che ha raccontato e spiegato ai posteri il Novecento, in tutte le sue sfaccettature ed ipocrisie.

La statua a lui dedicata, sita in Milano, è stata imbrattata di vernice rossa e, anche qui, la scritta enorme: stupratore – razzista. Perché? Un errore, un peccato, un crimine di gioventù: Montanelli sposò, durante la guerra in Abissinia – la guerra coloniale in Eritrea durante il fascismo – una bambina africana di appena 12 anni. Tutti, oggi, non possiamo che condannare un evento del genere, così ingiusto, così meschino, così depravato e maledetto: ma è lecito giudicare, con gli occhi del presente, una realtà che non si conosce, una Storia che non si è vissuta? E ancora, è lecito apporre la damnatio memoriae a chi, nonostante i mille successi e trionfi, si sia macchiato di un errore, orrore, seppur atroce e imperdonabile? 

Che fare?

Sono argomenti certamente discutibili, ma, forse, è solo nel dialogo, nella democrazia, che si può trovare una risposta: non nella violenza indisciplinata di chi decide da sé chi salvare e chi distruggere. La prepotenza, figlia dell’ideologia, non può mai consegnare un mondo migliore del precedente che si è inteso annientare. Per di più, che legittimità ha chi, senza permesso né autorità, si arroga da solo la briga di scegliere al posto degli altri chi assolvere e chi condannare dal giudizio della storia? E siccome dove c’è raziocinio c’è scelta, dove c’è scelta c’è libertà, ciò che accade appare il frutto di follia, illogicità, illibertà. E si finisce, così, per screditare importanti proteste. Si finisce, paradossalmente, col fare dell’antirazzismo un fenomeno divisivo, quando dovrebbe essere un fenomeno universale.

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