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Oriana Fallaci, una vita straordinaria

Nel 2019, Oriana Fallaci, una delle penne più importanti ed influenti del secolo scorso, avrebbe compiuto novant’anni. Ci è sembrato quindi opportuno, se non perfino necessario, dedicarle quest’articolo che, nel ripercorrere i tratti salienti della sua vita straordinaria, indaga sul lascito della scrittrice fiorentina, ancora oggi, a tredici anni dalla scomparsa, una tra le più osannate di sempre.

Uno spirito indomito e battagliero: la Signora Coraggio

Fiorentina, classe 1929, fin da piccola si rivela seria, riflessiva, attenta al mondo che la circonda. Nasce sotto la dittatura fascista, il padre, Edoardo, un eroe della Resistenza, le insegnerà fin da piccolissima i valori dell’antifascismo e la lotta che bisogna intraprendere contro chiunque minacci la propria libertà. Diventa, giovanissima, una staffetta partigiana: in sella alla sua bicicletta, dotata di due bandierine, l’una dell’Italia fascista, l’altra della Germania nazista, consegnava le informazioni ed i giornali non autorizzati dal regime, tra i vari antifascisti toscani.

Oriana Fallaci staffetta partigiana.

Durante un’intervista degli anni novanta, Oriana racconta un aneddoto particolarmente toccante che, a suo dire, l’ha segnata per sempre: “non ho mai dimenticato uno schiaffo che mio padre mi dette per darmi coraggio. Ero una ragazzina, poco più di una bambina, c’era un bombardamento particolarmente violento a Firenze e la paura mi faceva piangere. Ero con mio padre e, ad un tratto, mi mollò questo ceffone tremendo e mi disse una-bambina-non-piange. E mi è servito. Da quel giorno non piango”. 

Il coraggio, una virtù che non le è mai mancata. Nonostante l’età, appena quattordicenne, ha fatto la Resistenza, tra le file di ‘Giustizia e Libertà’, nome di battaglia: Emilia. Scriverà poi in seguito: Quando mi congedarono dall’Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, mi sentii così fiera. Gesummaria, ero stata un soldato italiano! E quando venni informata che col congedo mi spettavano 14.540 lire, non sapevo se accettarle o no. Mi pareva ingiusto accettarle per aver fatto il mio dovere verso la Patria. Poi le accettai. In casa eravamo tutti senza scarpe. E con quei soldi ci comprai le scarpe per me e per le mie sorelline.

Si diploma al liceo classico. Aveva sedici anni, poiché molto precoce, i professori le concessero di anticipare l’Esame di Stato. Oriana racconta così il suo tema di italiano, il concetto di patria dalla polis greca ad oggi: uno scritto che già rivela, fin dalla prima riga, la sua personalità, sempre divisiva, che l’accompagnerà tutta la vita. “Brandii la stilografica, mi gettai come un lupo ringhioso sul foglio protocollo, e questo (più o meno) è il riassunto di ciò che scrissi per otto colonne piene. <<Patria, che vuol dire patria. La patria di chi? La patria degli schiavi e dei cittadini che possedevan gli schiavi? La patria di Meleto o la patria di Socrate messo a morte con le leggi della patria? La patria degli ateniesi o la patria degli spartani che parlavano la stessa lingua degli ateniesi però si squartavano tra loro come molti secoli dopo avrebbero fatto i fiorentini e i senesi, i veneziani e i genovesi, i fascisti e gli antifascisti? E’ da quando ho imparato a leggere che mi si parla di patria: amor patrio, orgoglio patrio, patria bandiera. E ancora non ho capito cosa vuol dire. Anche Mussolini parlava di patria, anche i repubblichini che nel marzo del ’44 arrestarono mio padre e fracassandolo di botte gli gridavano se-non-confessi-domattina-ti-fuciliamo-al-Parterre. Anche Hitler. Anche Vittorio Emanuele III e Badoglio. Era patria la loro o la mia? E per i francesi la patria qual è? Quella di De Gaulle o quella di Pétain? E per i russi del ’17 qual era? Quella di Lenin o quella dello zar? Io ne ho abbastanza di questa parola in nome della quale si scanna e si muore. La mia patria è il mondo e non mi riconosco nei costumi e nella lingua e nei confini dentro cui il caso mi ha fatto nascere. Confini che cambiano a seconda di chi vince o chi perde come in Istria dove fino a ieri la patria si chiamava Italia sicché bisognava uccidere ed essere uccisi per l’Italia ma ora si chiama Iugoslavia sicché bisogna uccidere ed essere uccisi per la Iugoslavia. Invece di darci il tema sul concetto di questa patria che cambia come le stagioni, perché non ci date un tema sul concetto di libertà. La libertà non cambia a seconda di chi vince e chi perde. E tutti sanno cosa vuol dire. Vuol dire dignità, rispetto di sé stessi e degli altri, rifiuto dell’oppressione. Ce l’hanno ricordato le creature che sono morte in carcere, sotto le torture, nei campo di sterminio, dinnanzi ai plotoni di esecuzione gridando viva la libertà, non viva la patria… >>. Successe un finimondo. Alcuni dei professori che componevano la commissione esaminatrice sostenevano che ero pazza e immatura, altri che ero savia e insolitamente matura. Vinsero i secondi e mi dettero dieci meno”

Oriana Fallaci alla stazione spaziale della NASA.

Si iscriverà a Medicina (facoltà che non concluderà) e, per pagarsi gli studi, iniziò a scrivere qualche articolo di cronaca locale e venne assunta per un Quotidiano fiorentino. Venne licenziata in tronco, a diciannove anni, per aver respinto il principio dell’orrenda parola “pennivendolo”.  Oriana stessa racconterà: “Mi avevano ingiunto di scrivere un pezzo bugiardo su un comizio d’un famoso leader nei riguardi del quale, bada bene, nutrivo profonda antipatia anzi avversione. (Togliatti). Pezzo che, bada bene, non dovevo firmare. Scandalizzata dissi che le bugie io non le scrivevo, e il direttore (un democristiano grasso e borioso) rispose che i giornalisti erano pennivendoli tenuti a scrivere le cose per cui venivan pagati. “Non si sputa nel piatto in cui si mangia”. Replicai che in quel piatto poteva mangiarci lui, che prima di diventare una pennivendola sarei morta di fame, e subito mi licenziò. La Laurea in Medicina non la presi anche per questo. Ossia perché mi trovai senza lo stipendio necessario a pagare le tasse dell’Università. No, nessuno è mai riuscito a farmi scrivere una riga per soldi. Tutto ciò che ho scritto nella mia vita non ha mai avuto a che fare con i soldi.

Con l’assunzione, a ventidue anni, all’Europeo, il settimanale che di lì in poi sarà la casa giornalistica di Oriana Fallaci, inizia una carriera che, in pochi anni, le darà un successo planetario. Il mondo risorto dal dopoguerra andava conosciuto, studiato, narrato: cominciano, quindi, i suoi viaggi, tutti narrati da entusiasmanti reportages. Dal Pakistan all’India, poi all’Indonesia, poi in America, su su fino alla Luna. Sì, la Luna: pagine stupende quelle in cui Oriana racconta il viaggio spaziale dell’Apollo 12, racconto facilitato anche dai suoi rapporti di amicizia con il capitano della missione lunare, Pete Conrad. Il giorno prima dell’allunaggio, il comandante dell’Apollo 12 si rivolgerà proprio ad Oriana, chiedendole un consiglio: quale frase pronunciare, sulla Luna, dopo le storiche parole di Neil Armstrong un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’Umanità. Oriana gli regalerà un consiglio, piccolo e buffo com’è dovrà dire qualcosa di divertente: sarà stato anche un piccolo passo per Neil, ma per me è stato proprio lungo

Prima donna corrispondente di guerra, altro primato internazionale: fin da bambina io non ho visto che guerra, non ho sentito parlare che di guerra e, da grande, ho cercato di tornarci, di rivederla, per capirla meglio.

La seguiva ovunque, la viveva direttamente, dotata di un elmetto, di uno zaino e una divisa militare, si dirigeva e annotava qualunque evento bellico in giro per il mondo, dalla Cambogia al Vietnam, dal Libano al Bangladesh. Ne denunciava le atrocità e le bruttezze, nonostante il fascino e l’adrenalina che indubbiamente la caratterizzano, il giudizio di Oriana è sempre stato lapidario: La guerra è una malattia che sciupa dentro, un cancro che si mangia il cuore, una lebbra che imputridisce l’anima e induce la gente a far cose che in pace non farebbe mai. È una puttana, la guerra. Una troia. Che cosa inutile e sciocca.

Oriana Fallaci inviata speciale guerra del Vietnam.

“Sono uno Scrittore prestato al Giornalismo, non viceversa”

La sua arma più potente, l’intervista, rivoluzionò completamente il modo di fare Giornalismo, in Italia e nel mondo. Dagli attori di Hollywood ai capi di Stato di ogni parte del mondo, insomma, tutte le persone più influenti degli anni sessanta, settanta e ottanta, sono passati sotto il giudizio violento e preciso di Oriana Fallaci. L’intervista era un processo e l’intervistato, sempre con le spalle contro il muro, non poteva sfuggire alle domande sottili e pungenti di Oriana che interpretava sempre, senza riserve e senza timidezze, il ruolo del giudice. Condannava senza pietà, rari gli assolti. Sono pagine di storia viva le famose interviste a Gheddafi, Arafat, Golda Meir, Kissinger, Indira Ghandi e, per rimanere in Italia, quelle a Pietro Nenni, Nilde Iotti, Giulio Andreotti.

Certamente, sono pochi a non ricordare la celebre intervista a Khomeini, la “guida suprema dell’Iran”, quella nella quale, al termine di un duro botta e risposta, Oriana si tolse il velo che le era stato imposto per presentarsi dinnanzi all’Ayathollah, rischiando la vita e una crisi diplomatica tra l’Iran e l’Italia. 

Oriana Fallaci intervista Khomeini.

Rileggiamo quelle parole, così terribili e, al medesimo tempo, affascinanti: “ORIANA FALLACI: Devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne, mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? […] E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la Rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?

KHOMEINI: Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.

ORIANA FALLACI: Grazie, signor Khomeini. Lei è molto educato, un vero gentiluomo. La accontento sui due piedi. Me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da medioevo.

…E con una spallata lasciai andare il chador che si afflosciò sul pavimento in una macchia oscena di nero.

Fu proprio grazie ad un’intervista che conobbe Alekos Panagulis, eroe della Resistenza greca contro il regime dei Colonnelli. Tra i due nacque un amore così intenso, così puro, ma alla fine così tragico. Un amore che durò tre anni, fino a quando Alekos morì ammazzato, in un apparente incidente stradale. Sulla tomba di Alekos non ho mai portato un fiorellino. Ogni primo maggio, cioè ogni anniversario della sua morte, gli ho spedito trentasette rose rosse: sì. (Aveva trentasette anni quando lo uccisero). Ma quel fiorellino non gliel’ho mai portato. Nel cimitero della mia famiglia, a Firenze, ho posto una lapide in sua memoria: sì. L’ho posta nell’angolo dove sarò sepolta. Ma la sua tomba non l’ho mai vista e non la vedrò mai. Non voglio vederla. Del resto, che senso avrebbe vederla? Lì ci sono soltanto le sue ossa. La sua anima è nel mio cuore.

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis.

A lui dedicherà “Un Uomo”, un libro che ricorda il calvario subito da Panagulis, arrestato e imprigionato per anni a causa di un attentato, non riuscito, a Papadopulos. Un vero e proprio atto d’amore, un tributo ad un eroe: Il poeta ribelle, l’eroe solitario, non è un uomo con seguaci, non ha seguaci. Non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara. Anche se non combina nulla di immediato e di pratico, anche se si esprime attraverso bravate o follie, anche se viene respinto e offeso, egli muove le acque dello stagno che tace, incrina le dighe del conformismo che frena, disturba il potere che opprime.

Con “Un Uomo” ed il precedente “Lettera a un bambino mai nato”, un libro-inchiesta emozionante sull’aborto, dedicato “da una donna a tutte le donne”, Oriana si consacra come Scrittore (termine che ha sempre preferito alla sua declinazione femminile “scrittrice”), vendendo milioni di copie tradotte in tutto il mondo. L’epilogo del libro segna, con una certa enfasi ed intensità, l’altissimo livello dell’opera, che rimane ancora ad oggi uno dei libri più letti in Italia e anche fuori dai confini nazionali: Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere, con tonfi sordi e cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante…

La prova del fuoco

Si trasferisce a New York, dove vivrà il resto della sua vita, a suo dire, in esilio. Romperà il silenzio che si era imposta soltanto nel 2001, a seguito del brutale attacco terroristico alle Torri Gemelle. L’atrocità dell’evento la riporta, con la mente e lo spirito, in un nuovo campo di battaglia, ad urlare e rivendicare il suo diritto all’odio contro il fondamentalismo islamico. “La Rabbia e l’Orgoglio” si precipita sulla stampa italiana come una tempesta inattesa, con il quale racconta, in una miscela esplosiva di dettagli, quel tragico undici settembre: Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’ obiettivo, si getta sull’ obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso momento l’audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!» E l’ aereo s’ è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro.

Copertina del libro “La rabbia e l’orgoglio”.

Criticata, osteggiata, calunniata, processata perfino all’estero per odio razziale, Oriana insiste nella missione che si era prefissa: risvegliare le coscienze di un Occidente dormiente, traditore delle sue origini, delle sue radici cristiane, che ha deliberatamente e inconsciamente aperto le porte all’Invasore musulmano. Con lo stesso spirito battagliero, schietto e diretto di sempre, Oriana si scaglia contro l’Europa: L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente.
È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Malata di cancro, dell’Alieno – come lo chiamava lei -, Oriana riflette più volte sul tempo, sulla Vita e sulla Morte, si pone domande, interrogativi che spesso affliggono coloro che le vanno incontro: Io odio la Morte. L’aborro più della sofferenza, più della perfidia, della cretineria, di tutto ciò che rovina il miracolo e la gioia d’essere nati. Mi ripugna guardarla, toccarla, annusarla, e non la capisco. Voglio dire: non so rassegnarmi alla sua inevitabilità, la sua legittimità, la sua logica. Non so arrendermi al fatto che per vivere si debba morire, che vivere e morire siano due aspetti della medesima realtà, l’uno necessario all’altro, l’uno conseguenza dell’altro. Non so piegarmi all’idea che la Vita sia un viaggio verso la Morte e nascere una condanna a morte. Eppure l’accetto. Mi inchino al suo potere illimitato e accesa da un cupo interesse la studio, la analizzo, la stuzzico. Spinta da un tetro rispetto la corteggio, la sfido, la canto, e nei momenti di troppo dolore la invoco. Le chiedo di liberarmi dalla fatica d’esistere, la chiamo il regalo dei regali, il farmaco che cura ogni male. Tra me e lei c’è un legame fosco e ambiguo, insomma. Un’intesa equivoca e buia.

E ancora: Ho sempre avuto l’ossessione della dignità e pensato che la cosa più importante fosse vivere con dignità, ora so che c’è una cosa ancora più difficile, ancora più importante che aver vissuto con dignità: è morire con dignità. E questa è, questa sarà, la vera prova del fuoco.

Fu l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a offrirle il suo aereo personale per farla tornare in Italia, a Firenze, dove ha dato il suo ultimo sospiro, il 15 settembre 2006.

Il destino delle grandi personalità, che lasciano un segno del proprio cammino su questo pianeta, è quello di vivere in eterno. In effetti, sembra proprio che Oriana Fallaci non verrà mai dimenticata, ne è un esempio il grande successo della pagina facebook “Oriana Fallaci – Storia di un’Italiana”, a lei dedicata, che ottiene sempre più consenso e alla quale è rivolta sempre più stima e affetto da parte degli utenti della piattaforma informatica, dando conferma che il lascito della scrittrice è tuttora vivo e motivo di orgoglio, per buona pace degli odiatori all’italiana, che mirano a denigrare e vilipendere chi non la pensa come loro. 

Se n’è andata in solitudine, ma siamo noi ad essere un po’ più soli.

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