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L’Unione Bancaria: un puzzle complesso ancora incompleto

Cosa si intende per Unione Bancaria?

Il Meccanismo europeo di stabilità (potete trovare il relativo articolo qui) , protagonista sul recente palcoscenico del dibattito pubblico, rappresenta il cuore di un organismo più complesso e articolato: l’Unione bancaria. La genesi per un efficace meccanismo europeo privato di condivisione del rischio fu una diretta conseguenza della crisi finanziaria del 2008 trasformatasi, in seguito, in crisi di debito in paesi con finanze deboli. Quest’ultima ha reso necessario un intervento europeo in soccorso dei paesi in difficoltà al fine di evitare l’espansione della crisi. Ciò ha reso evidente che a causa degli stretti legami tra le finanze pubbliche e private tra paesi, in maniera particolare tra paesi dell’area euro, le crisi e le turbolenze assumono caratteri transnazionali. Il Meccanismo Europeo di Stabilità è stato concepito al fine di assicurare gli stati membri contro possibili nuovi shock. Tuttavia, questo strumento da solo non può rappresentare una resistente rete di sicurezza contro le turbolenze del sistema finanziario, così, al fine di supportarlo, i leader dei paesi della zona euro hanno dato vita al progetto di Unione Bancaria fondato su due pilastri: il Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU) ed il Meccanismo di Risoluzione Unico (MRU). Questo progetto, tuttavia, potrà definirsi completo solo con l’adozione di un terzo ed ultimo strumento, il Sistema Comune di Assicurazione dei Depositi (European Deposit Insurance System), sul quale però al momento non esiste alcun accordo.  

Il nuovo sistema di vigilanza

Dal novembre del 2016, con l’entrata in vigore del Meccanismo di Vigilanza Unico, il sistema di supervisione degli istituti di credito europei è stato rivoluzionato. A beneficiarne è stata la Banca Centrale Europea, la quale ha assunto il compito di stabilire regole comuni sullo stato di salute degli intermediari finanziari e di controllarli. L’obiettivo per il quale questo strumento è stato posto in essere è quello di minimizzare le differenze nelle valutazioni degli istituti di credito nel vecchio continente e di dar vita ad unico comune denominatore di regole. Questa riforma affida alla BCE il compito di supervisionare le principali banche europee, di investigarne le operazioni di prestito e di investimento, e di attribuire loro un rating secondo un sistema unico in tutta la zona euro intervenendo nel caso in cui il livello di sostenibilità economica di un istituto sia giudicato insufficiente; Il controllo delle banche più piccole, invece, rimane ancora sotto l’egida dei supervisori nazionali.

Un sistema di controllo e di vigilanza comunitario rappresenta un grande passo in avanti sia dal punto di vista politico verso una maggiore integrazione sia, soprattutto, economico in vista di futuri possibili shock. Ma cosa succederebbe se nonostante questo nuovo meccanismo importanti istituti finanziari dovessero fallire o attraversare una grave crisi? In simili scenari entrerebbe in azione il secondo strumento del progetto di Unione Bancaria, il Meccanismo di Risoluzione Unico: un sistema di risoluzione uniforme e paritetico per tutti gli intermediari europei. Ideato al fine di rafforzare la fiducia nel settore bancario, ridurre al minimo le interazioni negative tra intermediari e governi e per scongiurare i rischi di possibili corse agli sportelli, il Meccanismo di Risoluzione ha contribuito in maniera pesante ad ordinare e ad armonizzare i sistemi bancari nazionali. 

“L’euro è come un calabrone. Quest’ultimo è un mistero della natura perché non dovrebbe volare, ma invece lo fa. Così l’euro è stato un calabrone che ha volato per diversi anni. Probabilmente c’era qualcosa nell’atmosfera, nell’aria, che faceva volare il calabrone. Adesso qualcosa deve essere cambiato nell’aria, e noi sappiamo cosa dopo la crisi finanziaria. Il calabrone dovrebbe evolversi in una vera ape. Ed è quello che sta facendo.” Mario Draghi, Global Investment Conference, London, 2012

Perché è importante completare l’Unione Bancaria

Unione Monetaria e Unione Bancaria possono essere considerate due facce della stessa medaglia. Tanti mercati bancari indipendenti corrono il rischio di non poter fronteggiare fenomeni che, come detto, superano i confini nazionali senza distinzione alcuna. 

A dover pagare le conseguenze di un sistema troppo frammentato in caso di una nuova crisi finanziaria sarebbero, nuovamente, i risparmiatori. Questi ultimi percepirebbero come a rischio i loro depositi e risponderebbero correndo agli sportelli con conseguenze pesanti per l’intera struttura economica. 

Un sistema bancario unico, in grado di provvedere liquidità dove necessaria, quando necessaria, potrebbe essere in grado di mitigare gli effetti sopra descritti, evitando ai risparmiatori di dover pagare i conti di liquidazioni disordinate.

Come detto, per completare questo progetto iniziato ormai alla fine dello scorso decennio manca ancora un Sistema Comune di Assicurazione dei Depositi (EDIS). Si tratterebbe di un meccanismo da mettere in atto nel momento in cui, in seguito al fallimento di uno o più istituti di credito, i risparmiatori percepissero come a rischio i propri depositi e iniziassero a prelevarne il contenuto, ingrandendo la ferita nel sistema finanziario così da provocare conseguenze possibilmente peggiori per l’intera economia.

Un Sistema Comune di Assicurazione dei Depositi, finanziato da tutti gli istituti dei paesi parte dell’Unione, garantirebbe liquidità agli intermediari insolventi spegnendo i focolai di nuove possibili crisi.

Cosa impedisce di progredire?

Ma allora, visti i grandi benefici che l’EDIS garantirebbe ai risparmiatori, perché non è stato ancora istituito? Due sono i grandi ostacoli che i leader europei non sono riusciti ancora a superare. In primo luogo, un fondo assicurativo per propria natura comporta un intrinseco moral hazard: il rischio che una delle parti non firmi un contratto in buona fede. In questo caso specifico il rischio è rappresentato dai possibili comportamenti degli intermediari finanziari i quali, certi della rete di sicurezza, potrebbero intraprendere operazioni eccessivamente rischiose non temendo le conseguenze. In secondo luogo, il dibattito tra i capi di governo europei si è finora arenato sul tema dei doveri che debbano accompagnare i potenziali diritti derivanti dall’istituzione dell’EDIS: I paesi con finanze più solide, infatti, prima di acconsentire ad una condivisione del rischio (risk sharing) chiedono che il livello di suddetto rischio venga ridotto (risk reduction). Senza quest’ultimo tassello, il puzzle è destinato a rimanere incompleto.

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