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Le dimissioni del ministro Fioramonti: simbolo della precarietà dell’istruzione nel nostro paese.

La situazione attuale

Annosa questione quella dell’insufficiente finanziamento all’istruzione, le dimissioni del ministro pentastellato Fioramonti l’hanno rimessa al centro della discussione politica.

Le motivazioni fornite da Fioramonti danno così l’occasione per qualche riflessione sul tema delle risorse destinate alla scuola, all’università e alla ricerca. Bisogna innanzitutto sfatare il “falso mito” che in Italia si spende in generale troppo poco per la scuola; in realtà il problema non è quantitativo ma qualitativo. Se si prendono in considerazione le varie percentuali di spesa per studente fornite dall’Ocse, infatti, ci si rende conto che l’Italia non spende poi così poco rispetto alla media degli altri paesi avanzati, almeno per quanto riguarda le scuole superiori. La differenza c’è ma non è così significativa; si spende male purtroppo e ciò è confermato dai risultati scaturiti dagli insoddisfacenti risultati di apprendimento dei ragazzi e dai forti divari geografici interni al nostro paese, forse senza eguali nel mondo. 

Molto più bassa della media Ocse è invece la spesa per studente all’università, in questo caso siamo ben al di sotto rispetto alle percentuali di tutti gli altri paesi; la riduzione dei finanziamenti pubblici di venti punti percentuali nell’ultimo decennio sta determinando seri danni al nostro sistema universitario, privandolo di ogni possibilità di far circolare competenze, energie e progetti. 

Un governo che si dichiari progressista, ma che non metta l’istruzione al primo posto ha fallito. Un governo progressista può e deve investire sulle persone e sulla loro formazione, deve fornirsi di una progettualità che parta dalla scuola e dall’educazione per disegnare il proprio futuro; per questo motivo, i soldi stanziati non devono essere considerati una “spesa”, bensì un investimento.

La reale crisi che abbiamo di fronte non è quella dei migranti che arrivano sulle coste della Sicilia, ma l’emorragia di giovani studenti che se ne vanno e con loro la “fuga” di conoscenze, idee, talenti dal nostro paese verso altri paesi. 

È paradossale che proprio l’Italia, il paese delle università più antiche al mondo, non abbia neppure un istituto fra le top cento università secondo i World University Ranking Qs. È partendo proprio da questo elenco che gli studenti più meritevoli scelgono dove inviare le candidature per svolgere specializzazioni e dottorati. È qui che si prende la decisione di emigrare.

Le scelte politiche

A fronte di questa crisi il premier Conte ha cercato di dare una risposta rapida e decisa. Un’azione intrapresa una sola volta nella storia della Repubblica italiana, era il Governo Prodi II, ovvero quella di “sdoppiare” i ministeri dell’istruzione: scuola da una parte, affidata a Lucia Azzolina, deputata pentastellata, università dall’altra, con Gaetano Manfredi, rettore all’Università Federico II di Napoli.

È questo un modo per sottolineare l’impegno del governo in questo campo, rafforzato ancor di più dall’annuncio della nascita dell’Agenzia nazionale per la ricerca. Quest’ultima, inserita nel Disegno di legge di bilancio per il 2020 all’art. 28, è stata fortemente voluta dallo stesso premier Conte e avrà lo scopo di coordinare tutta la ricerca italiana, pubblica e privata, oggi frammentata tra molti enti e fondazioni e vigilata da ben sette ministeri differenti.

Certamente la successione di otto ministri alla Pubblica Istruzione in undici anni conferma come l’istruzione sia stata da sempre esclusivamente terreno di conflitto e dibattito politico, più che di riflessione strategica. Per cambiare verso non serve parlare di scuola, di “fuga di cervelli” una volta l’anno o alla pubblicazione dei risultati dell’ennesima ricerca o ancora fare qualche investimento a pioggia se mancano una visione complessiva e una prospettiva collettiva che guardino al nostro paese ma con più audacia all’Europa.

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