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L’autonomia differenziata

Negli ultimi anni alcune regioni hanno richiesto allo stato maggiori forme di autonomia. Dopo i risultati ottenuti nei referendum consultivi in Lombardia e Veneto, e con l’insediamento del nuovo governo sono emersi ulteriori sviluppi in merito.

La Costituzione italiana prevede due tipologie di regioni: le regioni ordinarie e le regioni speciali (il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta). A quest’ultime è stata riconosciuta una più ampia autonomia sia legislativa che amministrativa rispetto alle regioni ordinarie. Inoltre, esse hanno da sempre goduto di una maggiore autonomia finanziaria, in virtù delle maggiori competenze ad esse riconosciute. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una serie di riforme che hanno notevolmente potenziato il ruolo delle regioni ordinarie.

L’art. 116 comma 3 della Costituzione, così come riformato dalla legge costituzionale 3/2001, prevede che le regioni ordinarie possano richiedere allo stato forme più ampie di autonomia in tre materie di competenza esclusiva dello stato (istruzione; organizzazione della giustizia di pace; tutela dell’ambiente e dell’ecosistema) e in tutte le materie di competenza concorrente tra lo stato e le regioni. Esse possono essere attribuite alle regioni ordinarie, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali. La legge viene approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.

Ciò che è importante chiedersi è se, utilizzando l’art. 116 comma 3 della Costituzione, le regioni ordinarie possano raggiungere un livello di autonomia maggiore rispetto alle regioni speciali.

L’art. 10 della legge costituzionale 3/2001 contiene una clausola di equiparazione secondo la quale, sino all’adeguamento dei rispettivi statuti, le disposizioni della legge costituzionale si applicano anche alle Regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano per le parti in cui prevedono forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già loro attribuite.

I casi di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna

Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle regioni ordinarie, ai sensi dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione, si è affermato al centro del dibattito a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. È la prima volta che tale strumento viene utilizzato poiché nessuna regione vi aveva mai fatto ricorso. Il 22 ottobre 2017 ha avuto luogo un referendum consultivo in Lombardia e in Veneto.

Lo scopo era quello di dare una più forte legittimazione politica alla richiesta di maggiore autonomia avanzata dalle due regioni. Queste ultime, seppur con diverse affluenze, si sono espresse a favore dell’autonomia ed hanno potuto avviare l’iter istituzionale. Gli eventuali trasferimenti di competenze tuttavia non comporteranno la nascita di nuove regioni a statuto speciale, per le quali servirebbe invece una modifica costituzionale. L’articolo 116 comma 3 della Costituzione può essere invocato anche senza tenere un referendum, come è avvenuto in Emilia-Romagna e la sua attuazione, non deve essere intesa in alcun modo come lesiva dell’unitarietà della Repubblica.

L’accordo con le Regioni

Il 28 febbraio del 2018 l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha sottoscritto con tali regioni tre accordi preliminari che hanno individuato i principi generali, la metodologia e un primo elenco di materie in vista della definizione dell’intesa. Gli accordi preliminari prevedono che l’intesa abbia una durata decennale, con l’eventualità di essere modificata in qualunque momento, di comune accordo tra lo Stato e la Regione, qualora nel corso del decennio si verifichino situazioni di fatto o di diritto che ne giustifichino la revisione.

Dopo aver sottoscritto i tre accordi preliminari, nella seduta del 14 febbraio 2019, il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani, ha illustrato in Consiglio dei ministri i contenuti delle intese da sottoporre alla firma.

Le intese prevedono che le norme statali vigenti nelle materie oggetto di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia legislativa continuino ad applicarsi nella regione fino alla data di entrata in vigore delle disposizioni regionali in materia.  Uno dei punti più delicati del dibattito riguarda il tema delle risorse finanziarie che devono accompagnare il processo di rafforzamento dell’autonomia regionale. Le intese prevedono che il quantitativo delle risorse da trasferire sarà individuato in base al costo storico (cioè quanto lo Stato spende oggi per la singola competenza). Successivamente lo Stato, con un’apposita Commissione Stato Regioni dovrà individuare i Fabbisogni standard al fine di aumentare l’efficienza della spesa statale in tutte le regioni.

Nel frattempo, altre regioni come il Piemonte, la Liguria, la Toscana, l’Umbria, le Marche e la Campania hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia. Considerando il carattere derogatorio dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione, occorre riflettere sulla necessità di un approccio di sistema, che colga l’occasione per rendere più coerente ed efficiente il rapporto tra lo Stato e le regioni.

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