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L’Accordo di Parigi e la marcia indietro degli Stati Uniti

Che cos’è l’Accordo di Parigi?

Il primo passo verso l’Accordo di Parigi risale al 1992, anno in cui si è tenuto il cosiddetto Summit della Terra a Rio de Janeiro, in occasione del quale nasce il tratto della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Tale trattato, seppur riguardante il tema delle emissioni di gas serra e il conseguente surriscaldamento globale, non vincolava gli Stati che vi avevano ratificato l’accettazione al rispetto di alcuno standard quantitativo massimo. L’adesione alla Convenzione quadro presupponeva unicamente una prospettiva futura internazionale in cui tutti gli Stati membri si sarebbero impegnati nella lotta al riscaldamento globale oltre le soglie massime dettate dalla comunità scientifica. 

I vincoli legali di rispetto delle norme che limitano le quantità massima di emissioni di gas serra arrivano solo dopo, nel 2015 con l’Accordo di Parigi.

L’Accordo di Parigi invece è stato adottato il 12 dicembre 2015 per essere aperto alle firme solo nel 2016. Attualmente, sono 196 i firmatari e 184 i membri che hanno deciso di farne parte. L’obiettivo principale  stabilito nella Conferenza sul clima di Parigi è quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al massimo a 2°C e comunque non al di sopra di 1,5°C rispetto alla temperatura preindustriale, con l’impegno di contenere le emissioni dei gas serra. Inoltre, è previsto uno stanziamento di 100 miliardi all’anno per i Paesi in via di sviluppo che richiedono un diritto all’industrializzazione. 

La marcia indietro degli USA

A distanza di non molto tempo dalla 74esima Assemblea Generale dell’ONU tenutasi a settembre in merito all’emergenza climatica globale, il segretario di stato americano Mike Pompeo ha ufficialmente formalizzato la notifica di recesso dagli Accordi di Parigi, firmati e sottoscritti dalla legislatura precedente che vedeva in carica l’ex presidente Barack Obama. 

La rinuncia ad un impegno comunitario ed internazionale da parte degli Stati Uniti è stata dichiarata il 4 Novembre 2019. Si tratta del primo giorno utile previsto dal trattato che ne vincolava la possibilità di recesso fino allo scadere del terzo anno dalla ratifica di accettazione avvenuta nel 2016. 

La decisione dell’attuale presidente Donald Trump, seppur abbia notevolmente scosso la coscienza internazionale, è totalmente coerente con la campagna elettorale, e soprattutto preannunciata dal discorso tenuto da lui stesso il 1 giugno del 2017. Le motivazioni di tale scelta risiedono nelle preoccupazioni che Trump serba in merito alle conseguenze che i vincoli previsti dall’Accordo comporterebbero in termini di competitività e occupazione all’economia americana. Inoltre, a conferma di questa crescente preoccupazione di Trump, i costi associati alla lotta internazionale per l’emergenza climatica, posta nei termini dell’Accordo del 2015 impongono un “carico ingiusto” alle finanze degli Stati Uniti. 

Ciò non toglie che l’America si dichiara determinata ad impegnarsi per risollevare la catastrofe ambientale: il segretario di stato Mike Pompeo ha infatti annunciato che gli Stati Uniti continueranno sulla linea di un approccio realistico e pragmatico basato su un mix di fonti energetiche e di tecnologie efficienti che ha già portato ad indiscutibili risultati. Dal 1970 al 2018 infatti, la riduzione delle emissioni di gas serra sarebbe pari al 74% con un tasso del 13% tra il 2005 e il 2017, anni che hanno visto crescere gli US ad un tasso del 19%. Ma gli esperti, dal canto loro, stimano che se le politiche americane prevedono una riduzione delle emissioni del 15%, l’Accordo di Parigi ne consentirebbe una diminuzione pari al 40%. 

Nulla è però ancora da considerarsi ufficiale. Infatti, la procedura di recesso durerà un anno, terminando perciò il 4 novembre 2020 – solo un giorno dopo la conclusione delle elezioni presidenziali in America. Dunque, un eventuale nuovo Presidente americano avrebbe la possibilità di richiedere entro 30 giorni il reinserimento degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi.

In qualsiasi caso, sono state molte le reazioni alla scelta politica degli Stati Uniti, che già al loro interno vedono numerosi casi di governi statali che percorrono una linea d’azione ben differente da quella centrale. Il giorno dopo l’ufficializzazione del recesso infatti, il governatore Brown della California ha firmato un disegno di legge il quale prevede che i servizi di pubblica utilità dello Stato ricavino il 100% della loro elettricità da fonti a 0 emissioni di carbonio entro il 2045. Inoltre, ha creato un progetto per mettere in circolazione 5 milioni di auto elettriche entro il 2030 e stanziato 2,5 miliardi di dollari per sconti e infrastrutture di ricarica. Sono molti gli stati americani che seguono l’esempio della California e ancora più numerosi i casi a livello comunale. Sono più di 70 infatti le città che hanno raggiunto l’obiettivo di acquistare energia rinnovabile sufficiente per tutto il loro consumo di elettricità.

A livello internazionale invece, se da un lato l’Unione Europea e le Nazioni Unite rimangono ottimiste e propositive per il futuro dell’Accordo di Parigi, il rappresentante politico della Russia Vladimir Putin asserisce le difficoltà di un accordo climatico internazionale senza la maggiore economia del mondo. Per quanto riguarda l’asse Francia – Cina invece, ha vissuto non senza rammarico e preoccupazione la marcia indietro degli Stati Uniti ma con la consapevolezza della necessità di una nuova e più solida cooperazione. Il primo ministro francese Macron e il presidente cinese Xi Jinping hanno infatti ufficialmente siglato l’irreversibilità dell’Accordo di Parigi.  

Nel mentre si susseguono le vicende politiche, è chiara la posizione della comunità scientifica internazionale: 11258 scienziati da tutto il mondo hanno firmato la dichiarazione di emergenza climatica pubblicata sulla rivista BioScience. Si tratta di un obbligo morale – dicono gli scienziati – lanciare un allarme all’umanità ed essere a disposizione delle istituzioni per cambiare rotta. L’inequivocabilità degli indici sembrerebbe infatti far pensare ad una minaccia catastrofica, che per poter essere evitata necessita il raggiungimento di alcuni obiettivi chiave: la riforma del settore energetico puntando sulle rinnovabili, la riduzione degli inquinanti, la salvaguardia degli ecosistemi naturali e quella delle popolazioni garantendo più giustizia sociale ed economica, l’ottimizzazione delle risorse alimentari riducendo il consumo di carne e il passaggio ad un’economia carbon free. 

Ma se il quadro sembra preoccupante, gli scienziati sembrano fiduciosi nei confronti delle nuove generazioni, sottolineando la loro crescente consapevolezza e buona preparazione in merito al tema dell’emergenza climatica.

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