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La preoccupazione italiana in merito al fondo salva-Stati: perché?

Cos’è il MES?

L’acronimo sta per Meccanismo Europeo di Stabilità ed è stato istituito nell’ottobre del 2012 in via semi-sostitutiva del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF) e del Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria (MESF), fondati nel giugno 2010 in seguito al tentativo di preservare la stabilità finanziaria della zona euro arginando la crisi di origine domestica subita dai mercati Europei nello stesso anno. Infatti, in seguito alle turbolenze finanziarie causate dall’insolvenza dei mutui subprime che caratterizzarono la crisi finanziaria degli anni 2007/2008 negli Stati Uniti, gli stati dell’Europa nel 2010 registrarono un significativo aumento del disavanzo e ingenti perdite in termini di competitività e controllo delle banche subirono l’esclusione dai mercati poiché considerati eccessivamente rischiosi.

L’assistenza finanziaria agli Stati membri della zona euro rappresenta dunque la ragione principale che si cela dietro la nascita dei cosiddetti Fondi Salva-Stati, che nel marzo 2011 su decisione del Consiglio Europeo sono stati inseriti nel più ampio contesto di salvaguardia della stabilità dell’intera zona euro attraverso un’assistenza finanziaria soggetta a rigorosa condizionalità. 

L’EFSF assume le vesti di entità legale capace di emettere obbligazioni che ha rappresentato una soluzione temporanea alla crisi economico-finanziaria che dilagava negli anni 2011-2012. Si tratta dunque di uno strumento temporaneo attivato per fornire assistenza finanziaria all’Irlanda, Portogallo e alla Grecia a titolo di finanziamento ponte con una capacità totale di prestito di 440 miliardi di euro finanziabili attraverso obbligazioni e altri strumenti di debito sul mercato dei capitali. Nonostante il MES e l’EFSF rimangano due entità separate che condividono il personale, le strutture e le operazioni, dalla creazione del MES nell’ottobre del 2012 l’EFSF non fornisce più assistenza finanziaria.

Per quanto concerne la possibilità di contrarre prestiti, è nell’ottica del quadro MESF che la Commissione Europea è autorizzata a indebitarsi a nome dell’Unione fino ad un limite di 60 miliardi di euro, al fine di fornire assistenza finanziaria in casi eccezionali che per motivi procedurali, pratici o finanziari ne richiedono l’intervento anticipatamente a quello del MES. Attualmente infatti, malgrado la creazione del MES, il MESF rimane in atto per compiti specifici come l’allungamento dei prestiti all’Irlanda e al Portogallo e la concessione di prestiti ponte.

Il meccanismo europeo di stabilità (MES) prende forma nell’ottobre 2012 come successore dell’ESF nelle vesti di soluzione finalmente permanente ai problemi derivanti dalla crisi del debito sovrano. Non si tratta di un vero e proprio fondo, bensì di un istituto di diritto internazionale abilitato dalla Commissione Europea e dal Consiglio d’Europa ad esercitare attività bancaria. Considerate le forti interrelazioni all’interno della zona euro, l’obiettivo principale del MES è quello di mobilizzare risorse finanziarie attraverso l’assunzione di debiti e l’acquisto di titoli sul mercato primario e secondario. L’obiettivo è quello di fornire un sostegno alla stabilità a beneficio dei membri del MES che già si trovano o che rischiano di trovarsi in situazioni finanziarie problematiche, purché tale assistenza finanziaria sia indispensabile ai fini della salvaguardia della stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso. L’accesso all’assistenza finanziaria viene approvato sulla base di un programma di aggiustamento macroeconomico e di un’analisi della sostenibilità del debito pubblico effettuata dalla Commissione insieme al Fondo Monetario Internazionale (FMI) e  alla Banca Centrale Europea (BCE).

Cosa prevede la riforma?

Il 14 giugno di quest’anno l’Eurogruppo – formato dai 19 Ministri dell’Economia e delle Finanze di ciascuno stato appartenente all’Eurozona – ha concordato e adottato una bozza di riforma del MES, la quale si inserisce nel più ampio contesto che si prefigge lo scopo di completare e rafforzare l’Unione Bancaria e Monetaria dei paesi dell’Eurozona. Benché non esista ancora un vero e proprio testo definitivo della revisione del MES in quanto l’iter di riforma dovrebbe completarsi nel prossimo mese di dicembre con il via libera del Consiglio e la ratifica da parte di tutti i Parlamenti dell’Eurozona, è opinione diffusa che la migliore opzione che l’Italia sembra avere a disposizione è quella di migliorare l’accordo, seppur nei limiti dei margini possibili, entro il 4 dicembre –  data in cui l’Eurogruppo si riunirà a Bruxelles per le negoziazioni. Secondo molti esperti infatti, tirarsi indietro adesso e isolarsi dalla possibilità di accesso ai prestiti e agli aiuti finanziari rappresenterebbe un rischio ben più grande di quelli attribuiti alla riforma, che tanto fanno parlare del MES.

Le principali novità presentate dall’amministratore delegato del MES in merito alla sua riforma sono diverse: in primo luogo si prevede che il MES assuma il ruolo di “backstop” rispetto al Fondo di Risoluzione Unica (FSR) attraverso un’attività di finanziamento delle risorse necessarie fino a un limite di 55 miliardi di euro circa nei casi in cui i finanziamenti dei 19 paesi dell’Eurozona non siano sufficienti a fronteggiare le crisi bancarie. Si tratterebbe di una vera e propria rete di sicurezza bancaria che vede alla base il principio cardine di condivisione dei rischi tra i paesi dell’Eurozona. 

La seconda importante novità concerne invece il ruolo della Commissione Europea, la cui funzione esecutiva verrebbe ridotta in favore di un più decisivo ruolo del MES in merito alla fornitura di assistenza finanziaria. Oggi infatti, la normativa prevede che la valutazione della sostenibilità del debito venga effettuata dalla Commissione assieme al FMI e alla BCE, mentre la riforma vorrebbe concedere l’ultima parola al Consiglio del MES. 

Uno dei cambiamenti tra i più preoccupanti per il futuro dell’Italia sembra però essere la revisione dell’insieme degli strumenti a disposizione del MES per intervenire nei confronti dei paesi che versano in difficili condizioni finanziarie. Se da un lato non sarà più possibile procedere alla ricapitalizzazione diretta degli istituti in difficoltà, dall’altra vengono modificate le condizioni di accesso alle linee di credito precauzionali. Queste ultime prevedono la concessione di prestiti agli stati in difficoltà finanziaria in modo tale da tranquillizzare i mercati e scoraggiare le speculazioni, così che crisi limitate ad un singolo Stato non degenerino in conseguenze più gravi. Le tipologie sono due: le Precautionary Conditioned Credit Line (PCCL) e le Enhanced Conditions Credit Line (ECCL). La differenza sostanziale risiede nel criterio con cui tali aiuti finanziari vengono erogati: mentre la PCCL prevede l’adesione da parte dello stato richiedente assistenza tramite la sottoscrizione di un Memorandum d’intesa contenente i criteri di stabilità economica da rispettare, l’accesso all’ECCL è riservato agli Stati che seppur dimostrino di riversare in una solida condizione economica e finanziaria non possano usufruire del PCCL. Le principali novità apportate dalla riforma sono due e strettamente collegate fra loro: è prevista infatti l’eliminazione dell’obbligo di sottoscrivere il Memorandum d’Intesa. Per questo motivo, l’accesso alla PCCL non avverrà più sulla base dei criteri previsti dal Memorandum, bensì sulla base dei vincoli il cui rispetto è imposto dal Trattato di Maastricht e dal Fiscal Compact. Dunque, il rischio per l’Italia è che se prima sembrava poter accedere alla misura più efficace e incisiva del PCCL, a causa dei conti non del tutto in ordine potrebbe dover ripiegare sulle ECCL. 

Ultimo rischio, ma non per questo meno importante, che l’Italia potrebbe dover affrontare in seguito alla riforma è quello legato alla questione delle Clausole di Azioni Collettiva (CAC). Si tratta di clausole legate ai titoli di debito pubblico e introdotte nell’Eurozona nel 2013 che consentono allo stato la ristrutturazione dei relativi debiti. Se fino ad ora per la modificazione dei termini dei titoli era richiesta l’approvazione della maggioranza dei detentori dei titoli stessi nella loro totalità e nelle diverse sottoclassi, la riforma prevede unicamente la maggioranza singola. La preoccupazione degli esperti risiede nel rischio che una facilitazione all’introduzione della ristrutturazione del debito inneschi una spirale di aspettative di default, le quali scatenerebbero una speculazione nei confronti dei paesi più deboli finanziariamente. 

Per concludere, risulta interessante il commento del Professore Giampaolo Galli, il quale ha ricordato che, nonostante i testi sono considerati non più emendabili perché approvati dai Capi di Stato a giugno, sembra esserci ancora un margine di spazio negoziale in merito al ruolo della Commissione rispetto al MES, il quale risulterebbe cruciale per le sorti italiane. È sua opinione infatti che la ristrutturazione del debito pubblico non venga decisa sulla base di valutazioni meccaniche bensì che sia effettuata con grande attenzione e con il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali, in modo tale da tutelare gli interessi dell’Italia. 

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