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Coronavirus: la pandemia offre nuove opportunità politiche a Pechino

Se c’è una cosa che la crisi da Covid-19 ha provocato, è che Pechino ha dimostrato alle sue controparti di tutto il mondo di saper trasformare una crisi in un’opportunità per solidificare il proprio controllo internamente, nonché per espandere ancora di più il proprio soft-power. Infatti, se fino a febbraio la Cina veniva additata come responsabile della morte di migliaia di persone in tutto il mondo, oggi l’OMS in primis, e molti stati con essa, guardano alla Cina non solo come esempio positivo di crisis-management, ma anche come ad un partner economico e politico che ha saputo prontamente fornire capitale umano e strumenti indispensabili per far fronte all’emergenza.

Cover-up iniziale

Osservando la strategia di Pechino tramite un’analisi in ordine cronologico, è possibile mettere in luce il comportamento bipolare ma altresì efficace di Xi Jinping. Testimonianze anonime e non, tra cui quella del Dottor Li Wenliang (qui nella figura) che è diventata virale dopo la sua morte in febbraio, e quella delle autorità di Taipei, attive su questo fronte già da dicembre, attestano che sia le autorità cinesi, che l’OMS, erano a conoscenza dei fatti e della pericolosità della situazione. Nonostante ciò, mentre Tedros Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS, faceva “orecchie da mercante”, Pechino controllava i social network grazie all’uso di parole-chiave, punendo chi era colpevole di aver pubblicato notizie o opinioni non autorizzate. Dopo quasi un mese di negazioni e controlli a tappeto su tutti i social network e sui mezzi di comunicazione, il PPC riconosce l’esistenza del virus sul suo territorio il 20 gennaio, quando altri paesi come Thailandia, Corea del Sud e Giappone avevano già segnalato casi analoghi di pazienti affetti da una polmonite di origine sconosciuta. Tre giorni dopo, l’intera città di Wuhan viene messa in quarantena mentre l’OMS, che inizia a dimostrarsi più partecipe, afferma che il virus non rappresenta un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale (PHEIC), opinione che si vedrà costretta a rivedere soltanto una settimana dopo, il 30 gennaio. E’ solo durante la prima settimana di febbraio, quando il virus aveva già fatto più morti della SARS, e quando in Cina si potevano contare oltre 10.000 infetti dichiarati, che Pechino ha rapidamente preso controllo della situazione.

Il pugno duro di Pechino: fermare il virus e riscriverne la storia

Dopo aver incolpato le autorità locali di negligenza nel raccogliere dati e prevenire la diffusione del virus, il management dell’emergenza è stato centralizzato nelle mani del Partito che ha applicato misure di controllo e confinamento così restrittive da aver scatenato, tra gli altri, anche numerose associazioni per la tutela dei diritti umani. Queste misure sono state però accolte con entusiasmo dall’OMS che, grazie alla sua discrezione iniziale, è riuscita a trovare un punto di incontro con Pechino per collaborare nella raccolta di dati e informazioni utili nelle zone più colpite tramite l’invio di una squadra. Da questo momento è possibile osservare uno sdoppiamento del crisis-management cinese. Da una parte ci sono le iniziative volte a ricoprire le prime pagine dei quotidiani internazionali, come gli ‘ospedali Covid’ costruiti in tempo record e la stretta collaborazione con l’OMS, dall’altra troviamo l’utilizzo di telecamere termiche, screening facciali, controllo non-consensuale dei movimenti tramite la geo-localizzazione dei cellulari, e premi in denaro per tutti coloro che denunciassero conoscenti transitati nella provincia di Hubei durante il periodo critico. Inoltre, Pechino si è impegnata anche a riscrivere la storia del virus sin dall’inizio, e, oltre a negare che ci siano prove evidenti che il punto di origine sia effettivamente il ‘wet-market’ di Wuhan, ha diffuso messaggi ingannevoli riferendosi al Covid-19 come “virus Giapponese” e parlando spesso di casi di contagio importati in Cina da paesi particolarmente affetti come l’Italia e l’Iran. 

Ad ogni modo, la strategia cinese, che ha beneficiato della natura autoritaria del regime grazie alla quale le autorità possono effettuare controlli più severi, si è rivelata oltremodo efficace, e dopo circa due mesi, la Cina sta lentamente alleggerendo le misure restrittive. Osservato da un’altra prospettiva, il pronto recupero della Cina indica che mentre quest’ultima si appresta a tornare alla normalità, pur  mantenendo sempre un buon livello di allerta, in Europa non si è ancora raggiunto “il picco” dei contagi. Questo ha permesso a Pechino di avvalersi delle sue risorse in esubero, e della sua esperienza nel trattare questa malattia, per offrire aiuto a diversi paesi, tra cui l’Italia. Infatti, i paesi europei, uno dopo l’altro e senza grandi eccezioni, hanno ignorato e sottostimato il problema fino all’ultimo momento possibile, trovandosi poi a dover agire con misure severe e nel minor tempo possibile. Ciò che più colpisce è che tutti, nessuna eccezione, abbiano ignorato i risultati negativi ottenuti da Paesi più colpiti che hanno agito troppo tardi. E così l’Italia ha ignorato l’esempio cinese, Francia e Spagna quello italiano, e Regno Unito e Stati Uniti si sono dati manforte fino all’ultimo nel sostenere che gli europei fossero esagerati nelle loro misure di contenimento. Questo caos, che potremmo definire ‘progressivo’ dato che ha invaso i paesi occidentali uno dopo l’altro, e che ha fatto registrare migliaia di morti al giorno portando al collasso del sistema sanitario pubblico, è musica per le orecchie delle autorità cinesi. E se non fosse abbastanza, la sconfinata complicità di Ghebreyesus, che non si è prodigato nel criticare Pechino, ma che per le autorità Europee e Americane non ha risparmiato i commenti, ha giovato all’export dell’influenza politica cinese verso occidente. 

Da colpevoli a super-eroi: è la Cina a tendere la mano all’Europa

Coloro che hanno osservato questo fenomeno tramite una prospettiva storico-culturale, hanno avanzato ipotesi interessanti riguardo al comportamento attuale di Pechino, collegandole inoltre a comportamenti analoghi sin dal tempo di Mao. Il termine utilizzato è ‘crisis mode’, e si riferisce alla ricerca ciclica, da parte della leadership cinese, di una crisi, si voglia economica (il ‘Grande balzo’ del 1958) o sociale e politica (la ‘Rivoluzione culturale’ del 1966), per riaffermare il proprio controllo, o la propria superiorità, all’interno dei panorami politici cinese e internazionale. Sebbene non vi siano prove a supporto della teoria secondo la quale anche questa crisi, come le altre, sia stata ‘creata’ dal governo cinese, è però vero che quest’ultimo ha contribuito al suo aggravarsi per, infine, sfruttare al meglio le opportunità politiche che ne sono emerse. Infatti, il ‘cover-up’ iniziale, non solo ha permesso al virus di espandersi in Cina e nel sud-est asiatico, ma ha anche permesso al governo centrale di incolpare le autorità locali per il ‘mismanagement’ della crisi e di assumere, quindi, un ruolo più preponderante nel controllo della diffusione. Non solo, la gravità della situazione ha fornito la miglior giustificazione per implementare l’utilizzo di strumenti di controllo senza precedenti e che in tutta probabilità non verranno dismessi quando la crisi sarà passata. La stretta di Pechino a livello nazionale è stata prontamente accompagnata dall’invio di personale medico e strumenti sanitari a diversi paesi per aiutarli ad affrontare l’emergenza. La mossa è stata ben accolta soprattutto alla luce della completa assenza degli alleati americani. Infatti, mentre Trump si ostinava a chiamare il virus “Kung-flu” e a sottostimarne le conseguenze sul lungo periodo, gli Europei registravano crescenti e preoccupanti livelli di contagio ai quali sono riusciti a far fronte anche grazie all’aiuto cinese. Storiche rimarranno le parole di Luigi Di Maio che, all’arrivo dell’aereo con strumenti medici e personale cinese, ha detto: “ci ricorderemo di tutti i Paesi che ci sono stati vicini in questo momento”, implicitamente riferendosi all’assenza degli americani, i cui aiuti sono arrivati soltanto alcune settimane più tardi. Infine, questo potrebbe non essere che l’inizio del riposizionamento della Cina a livello globale. Una questione a cui si fa ancora poco riferimento, è il crescente numero di casi in Africa. Quando l’epidemia si diffonderà a macchia d’olio anche in questo continente, la Cina, che con ogni probabilità si sarà già quasi totalmente ripresa, e che negli ultimi anni ha stabilito legami importanti con diversi Paesi soprattutto nelle regioni del Nord e Est Africa, sarà in grado di rafforzare le proprie alleanze come un vero leader, di fatto riempiendo quel vuoto causato dall’assenza progressiva degli Stati Uniti in Africa e, più in generale, sul panorama internazionale.

Grazie a questa crisi, alla quale, nonostante il duro colpo inferto, Pechino è riuscita a reagire prontamente, è probabile che nei prossimi anni assisteremo a un ribilanciamento delle zone di influenza tra occidente ed oriente, nonché ad una progressiva presenza della Cina non solo in Africa, ma anche in Europa.

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