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Riflettere sul voto in Umbria

Secondo il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, gli esiti delle elezioni regionali in Umbria sono da circoscrivere all’evento in sé, senza grandi allarmismi per il governo in carica. Non è certo da sottovalutare, per riprendere le sue parole, ma allo stesso tempo non deve creare eccessivo panico. Quello che manca è solo un maggiore team building. Tradotto: incrementare lo spirito di squadra tra le due forze uscite sconfitte da quest’ultima tornata elettorale, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. L’analisi fornita dal Primo Ministro in carica, certamente dovuta ed imposta dalla posizione ricoperta, sembra peccare di sufficienza. Dall’Umbria è emerso in modo piuttosto netto come questa macro alleanza tra democratici e ex revanchisti del sistema non ha alcuna speranza di sopravvivere nel medio o, ancor peggio, lungo termine. Tant’è che già il leader del Movimento, Luigi Di Maio, ha dichiarato come alle elezioni in Emilia Romagna di gennaio 2020 correranno ognuno per la propria strada. La sconfitta è stata presa con grande preoccupazione, specie perché la base dei cinque stelle aveva paura che la scelta di rimanere a braccetto con i democratici, anche per le regionali, non venisse compresa fino in fondo dall’elettorato. Timore, quello del capo della Farnesina e dei suoi, giustificato non da meno che dai numeri. Partendo dall’assunto che non è mai pienamente corretto confrontare elezioni di tipo diverso (quindi, ad esempio, nazionali e regionali), proviamo a fare uno strappo alla regola.

 Se analizzassimo attentamente l’Umbria tra le nazionali del 2018, le europee della scorsa primavera e le scorse regionali emerge un quadro drammatico per il M5s. Sostanzialmente, ad ogni votazione dimezza i propri voti: si passa dal 27,5% del 4 marzo al 7,4% delle regionali 2019, passando per il 14,6% delle europee di maggio. Dal momento in cui i pentastellati sono arrivati a Palazzo Chigi, la fiducia dell’elettorato umbro è andata sempre in continua e drastica flessione. Ma a chi sono andati questi voti? Proprio in questa domanda potrebbe risiedere il nodo della questione. Il Pd, analizzate le stesse tornate elettorali, si può dire che abbia tenuto botta, perdendo poco più del 2% dalle nazionali del 2018 alle regionali del mese scorso (dal 24,81% al 22,3%). A differenza di quanto si potesse immaginare, specie dopo lo scandalo Sanità che ha coinvolto la sua dirigente nonché presidente della giunta regionale dimissionaria, Catiuscia Marini, il partito di Nicola Zingaretti non ha avuto una débacle come i suoi nuovi alleati ma neanche si può affermare che abbia guadagnato consensi. 

L’attenzione, dunque, si sposta sull’altro versante del continuum sinistra-destra. Con l’elezione a Presidente regionale di Donatella Tesei, la coalizione di centro destra è riuscita in un’impresa sino a pochi anni fa quasi impossibile. La Lega, insieme all’apporto di Fratelli d’Italia e in minima parte anche di Forza Italia, è riuscita a sdoganare il mito rosso dell’Umbria, portando a casa un risultato storico e staccando di venti punti percentuali la neo alleanza composta da centro sinistra e cinque stelle. Ciò che impressiona in termini numerici è la dimostrazione di solidità della Lega di Matteo Salvini, che da sola ottiene la somma dei voti dell’avversario nella sua totalità (37%). Un incremento sostanziale dal 2018 al 2019 lo ha avuto anche Giorgia Meloni, riuscita nell’intento di consolidarsi come seconda forza della coalizione e capace di sostituirsi ormai in pianta stabile nella posizione che, solo fino a poco tempo fa, spettava a Silvio Berlusconi. Invece, focalizzandoci nel dettaglio sui due partiti che fino ad Agosto  erano insediati a Palazzo Chigi, possiamo notare come in Umbria il M5s nel 2018 ottenesse il 27% contro il 20% dei leghisti. Ebbene, se il Partito Democratico ha variato di poco la sua situazione – e in negativo – è lecito autorizzare che i voti persi ad ottobre dal Movimento, oggi fermo al 7,4%, siano traslati quasi totalmente nel calderone di Matteo Salvini. Questo fenomeno si era verificato più in generale tra le nazionali e le europee, con il M5s che ha ceduto il 15% dei suoi consensi alla Lega, dando il via ad una crisi politica sfociata solo a ferragosto scorso. 

Le conseguenze del voto in Umbria, quindi, non sembrano essere il mero riflesso di una regione bensì il pensiero, più o meno distorto, del Paese. L’alleanza Movimento 5 Stelle – Partito Democratico è nata male ed allo scoccare delle mezzanotte. Ma soprattutto, sempre con il medesimo scopo: l’opposizione intransigente alla Lega. Il vero problema della coalizione giallorossa non risiede tanto nella necessità di maggior collaborazione e coesione tra le loro componenti, difficile già di per sé. Ma, piuttosto, quello di voler arginare il più possibile Matteo Salvini senza offrire una via di fuga alternativa. Come la storia del M5s dimostra, presentarsi come l’anti-qualcuno o l’anti-qualcosa senza proporre nei fatti niente di veramente appetitoso rischia di essere controproducente. Questa lezione dovrebbe essere stata assimilata anche dopo il ventennio (e più) berlusconiano, durante il quale il fondatore di Forza Italia veniva visto come male assoluto dall’opposizione, che nel frattempo si dimenticava di offrire una valida alternativa. L’errore politico commesso dal leader della Lega nel pieno dell’estate si sta piano piano ricucendo senza che nessuno se ne accorga, men che meno i suoi oppositori politici. 

Un’analisi ulteriore che si potrebbe azzardare è che, probabilmente, ci stiamo avvicinando alla fine dell’era del tripolarismo, iniziata per l’appunto con le elezioni nazionali del 2013 e che hanno visto emergere il Movimento di Beppe Grillo, personaggio ormai quasi completamente ai margini della sua creatura. La legittimità dei pentastellati si regge sul voto del 2018 e nessuno può mettere in discussione la costituzionalità dell’Esecutivo, seppur fragile e complessa. Si sta ripresentando sulla scena però un bipolarismo più ideologico che partitico, in quanto la sinistra sarebbe comunque assorta a risolvere una competizione interna che vede, finalmente in via ufficiale, un nuovo attore in Italia Viva di Matteo Renzi. Da capire la posizione che vorrà intraprendere l’ex Segretario Pd e Presidente del Consiglio: se puntare ad una dialettica contro l’altro Matteo (giungendo quindi ad un’altra contrapposizione tra leader) per ottenere più consensi possibili nel breve termine, oppure portare avanti un programma che si posizionerebbe nel mezzo dell’asse destra-sinistra.

Perché, ancora una volta, ciò che è chiaro dopo le elezioni regionali umbre è che per accrescere il proprio bacino elettorale non serve cercare di convergere necessariamente al centro, quanto piuttosto consolidare la propria posizione ideologica. Ed il prossimo test, forse decisivo, su cui esercitarsi sarà proprio un’altra regione, l’Emilia Romagna.

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