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Silvia Romano. Dalla prigionia alla liberazione: i punti chiave

La prigionia: da Novembre 2018 a Maggio 2020

Silvia Romano è una giovane milanese, si è laureata nel febbraio 2018 in una scuola per mediatori linguistici per la sicurezza e la difesa sociale. All’epoca del suo rapimento lavorava come cooperante presso l’associazione Africa Miele in Kenya. Silvia è stata rapita nel villaggio di Chacama, nei pressi di Nairobi, il 20 Novembre 2018. Secondo i racconti di alcuni testimoni, un gruppo di uomini armati avrebbe fatto irruzione negli uffici dell’organizzazione sparando indiscriminatamente e con il preciso obiettivo di rapire Silvia Romano. Infatti, alcune indiscrezioni sostengono che Silvia fosse osservata da alcuni giorni precedenti al rapimento. Nel corso di questi mesi le indagini sono state portate avanti in Italia dalla Procura di Roma, e in Kenya dalle autorità kenyote in cooperazione con quelle somale, ma solo pochissime informazioni sono trapelate attraverso la stampa. Secondo alcune fonti, Silvia sarebbe stata trasferita in Somalia in un viaggio di quattro settimane, per poi essere consegnata ad un gruppo islamista legato ad Al-Shabaab, il reale mandante dell’operazione. Dopo la scarcerazione, la ragazza ha raccontato di aver cambiato sei covi in diversi centri abitati dove era controllata dagli stessi carcerieri. Durante un interrogatorio preliminare, Silvia ha anche raccontato di essersi spontaneamente convertita all’Islam a metà della prigionia, quando i suoi carcerieri le avrebbero permesso di leggere il Corano. Alla psicologa che l’ha accolta all’ambasciata Silvia ha inoltre detto di chiamarsi Aisha ora, e che la sua conversione è stata frutto di un processo lungo, spontaneo. Durante la prigionia i rapitori le hanno assicurato che non le avrebbero fatto del male, e secondo la sua versione hanno mantenuto la parola. Nei covi Silvia poteva muoversi in diverse stanze, non è mai stata vittima di violenza fisica o psicologica e le veniva regolarmente fornito del cibo. 

Le indagini: italiani, kenioti, turchi e somali insieme per ritrovare Silvia

A pochi giorni dal rapimento, ci furono i primi arresti di 14 individui considerati complici o persone informate sui fatti. Questi primi arresti hanno poi portato all’accusa formale di 8 persone, 5 delle quali latitanti, 2 arrestati e un terzo processato dopo aver ammesso la responsabilità nei capi d’accusa. Nei mesi successivi, sono trapelate poche informazioni da parte dell’intelligence, sino al giorno in cui è stata liberata, quando il Primo Ministro ha annunciato, tramite un tweet, che Silvia Romano sarebbe tornata a casa. Ora che la vita della ragazza non è più a rischio, emergono i dettagli segreti degli incontri e delle indagini che hanno portato alla sua scarcerazione. Pare che a dare vantaggio ai rapitori sia stato un ritardo iniziale delle forze dell’ordine keniote, arrivate sul luogo solo alcune ore dopo il rapimento e le quali avrebbero dislocato i mezzi per le ricerche soltanto il giorno seguente. Decisivo poi, è stato un incontro nel luglio 2019 a Roma, durante il quale si è formata una task-force italo-keniota rivelatasi fondamentale nel collocare Silvia e negoziare con i rapitori. Infatti, i rapitori si sarebbero messi in contatto con alcuni membri dell’intelligence italiana durante l’estate 2019, mandando un video dove la ragazza dice di star bene, e domandando un riscatto. Da questo momento, fondamentali si sono rivelati inoltre i servizi segreti turchi, che, avendo una solida rete di contatti in Somalia, hanno aiutato l’Italia ad intavolare le trattative. Per quanto riguarda il rilascio, nonostante non siano stati forniti dati concreti, si sa che da sempre l’Italia preferisce il pagamento del riscatto ad un intervento militare ad alto rischio. E quindi, anche sulla somma pagata dal Governo ci sono state molte indiscrezioni che vedono la cifra aggirarsi tra i 2 e i 4 milioni di euro. Ad ogni modo, a preoccupare non è la somma di denaro in sé, ma piuttosto questo modus operandi che, sebbene più sicuro per l’ostaggio, potrebbe incitare altri gruppi terroristici ad estorcere denaro all’Italia che, come ha specificato Di Maio, “non lascia indietro nessuno”.

I punti di domanda

  • 18 mesi per concludere le trattative e i servizi segreti contattati soltanto dopo diversi mesi dalla data del rapimento. Secondo alcuni esperti queste tempistiche sarebbero normali. Infatti, nonostante sembri inverosimile che sia servito così tanto tempo per convenire sul riscatto, questo genere di trattative sono ad alto rischio per via della possibilità di trasformare l’ostaggio da ‘pedina di scambio’, a vittima delle ritorsioni dei rapitori nei confronti dello Stato pagante. Durante questi mesi Silvia è stata dislocata, consegnata ad un gruppo terroristico, per poi essere resa l’oggetto di complesse trattative che hanno visto mobilitarsi le forze armate, politiche e l’intelligence di diversi paesi.
  • La non violenza. Nell’immaginario comune risiede l’immagine del prigioniero come oggetto di violenze e vessazioni da parte dei carcerieri, specialmente se questi ultimi sono islamici e la vittima una donna. Al contrario, secondo gli esperti il racconto di Silvia sulle condizioni della sua prigionia sarebbe verosimile alla luce del fatto che il rapimento era volto sin dal principio ad ottenere un riscatto. Questo modus operandi coincide infatti con le versioni di altre persone rapite da gruppi di matrice terroristica e rilasciati dopo il pagamento di un riscatto.
  • La conversione. Nonostante in molti abbiano ipotizzato che Silvia sia stata forzata ad abbracciare l’Islam, la ragazza è stata ferma nel sostenere che la sua conversione sia spontanea. Secondo gli psicologi potrebbe essere il frutto della condizione psichica durante la prigionia, un effetto che non è destinato a durare nel tempo. Eppure alcuni dubbi rimangono. Per esempio, Silvia racconta di essersi convertita leggendo il Corano, per il quale però è necessaria una conoscenza approfondita dell’arabo che la ragazza, a suo dire, avrebbe appreso solo minimamente per opera dei suoi carcerieri. 
  • Il matrimonio e la gravidanza. Silvia ha smentito immediatamente le indiscrezioni sul forzato matrimonio e su una possibile gravidanza, alimentati dalla video-intervista della ragazza a Ciampino dove la si vede più volte toccarsi la pancia. Nonostante anche questa questione sollevi numerosi dubbi, è presto per cimentarsi in congetture e indiscrezioni, pertanto, e soprattutto nel rispetto di Silvia, è giusto attenersi alla versione da lei fornita. 

La storia di Silvia Romano ha toccato il cuore di molti. Tra tutti gli scenari possibili, la realtà – così come ci è stata raccontata in questi due giorni – è sicuramente più luminosa di qualsiasi aspettativa. In questa vicenda rimangono molti punti da chiarire, pezzi del puzzle che forse non verranno mai alla luce. Nonostante ciò, va sottolineato che niente può giustificare le parole di odio spese nei confronti di questa ragazza che ha dovuto affrontare da sola, ciò che la maggior parte di noi ha la fortuna di non poter neanche immaginare.

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