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L’Alleanza Atlantica ai tempi dell’“America first”

In questi giorni il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è in visita di stato nel vecchio continente, sostando dapprima in Regno Unito dove ha incontrato la Regina Elisabetta e la dimissionaria Theresa May e, a breve, attraverserà lo Stretto della Manica per far tappa all’Eliseo. Questa serie d’incontri avverrà in un momento estremamente delicato per tutte le parti in causa: l’Europa è alla ricerca di un equilibrio post-elettorale per i prossimi cinque anni e di una soluzione all’odissea Brexit; gli USA invece hanno recentemente intrapreso la travagliata strada dello scontro commerciale con la Cina. Consequenzialmente, si tratta di un momento cruciale per l’intera comunità internazionale che sta assistendo, quasi incapace di reagire, ad un generale rallentamento della crescita economica.

In quest’ostico scenario, la cooperazione transatlantica vive fasi alterne, oscillanti tra l’aumento dei dazi e memorandum su possibili nuovi accordi commerciali, passando per le differenze di approccio alle varie questioni mediorientali (Israele ed Iran in particolare).

L’origine dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa risale al primo conflitto mondiale, ma si cementa solamente dopo la fine del secondo nel 1945 e con l’istituzione dei piani per la ricostruzione del continente Europeo, ad esempio il Piano Marshall. L’architettura del processo d’integrazione transatlantico poggia sulle fondamenta dei valori culturali e politici che uniscono gli Stati Uniti e i paesi europei: i valori della democrazia, il rispetto dei diritti umani e la garanzia delle libertà politiche ed economiche. Due ulteriori elementi fondamentali nel processo di costruzione dell’alleanza furono: da una parte l’interesse economico americano ad una rapida ripresa del continente europeo, in condizioni disastrose all’indomani della fine della guerra; dall’altra la necessità di un’integrazione strategico-militare in funzione antisovietica, che ha portato alla sottoscrizione del patto atlantico.

L’alleanza commerciale

In seguito all’elezione nel 2008 di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti il rapporto tra i due alleati ha vissuto un periodo positivo, caratterizzato da unità d’intenti e stretta cooperazione sia a livello politico sia a livello economico. Nel 2013, infatti, Bruxelles e Washington iniziarono le negoziazioni per un trattato commerciale, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, che potesse ampliare i termini dell’alleanza che tutt’ora rimane confinata in ambito militare. Il TTIP era stato pensato come uno strumento che potesse  integrare i mercati delle due sponde dell’Atlantico al fine di favorire investimenti e generare quindi crescita e posti di lavoro. Tuttavia, le trattative per la firma di quest’accordo non si sono concluse prima della tornata elettorale per la Casa Bianca del 2016. La vittoria di Donald Trump ha portato ad uno stravolgimento dell’agenda politica statunitense. Le decisioni prese fino ad oggi, nell’ambito della politica estera dal nuovo presidente americano, si sono basate sulla convinzione che la cooperazione internazionale e gli accordi commerciali siglati dai suoi predecessori fossero le cause principali di un presunto declino statunitense e che un approccio protezionista e nazionalista, insieme ad una revisione di tutti i preesistenti trattati, potessero far tornare gli Stati Uniti ad un romantico stato di grandeur ormai perduto secondo il Tycoon. Alleati e non, sono quindi finiti sotto la lente d’ingrandimento del nuovo presidente, Unione Europea compresa. Sul fronte estero ciò ha significato il definitivo naufragio del TTIP, l’imposizione di dazi sulle importazioni europee, al fine di equilibrare il saldo della bilancia commerciale (differenza tra valore delle esportazioni e delle importazioni), il ritiro dagli accordi sul clima di Parigi e continue minacce di fuoriuscita dalla NATO.  Le negoziazioni per un nuovo accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti dovrebbero iniziare a breve, anche se l’eventuale progetto avrà una natura strutturalmente diversa rispetto al TTIP (meno inclusivo ed ambizioso). Malgrado ciò, nonostante la sintonia dimostrata in merito alla questione venezuelana (fatta eccezione per l’Italia), risulta impossibile valutare positivamente l’attuale stato dei rapporti tra le due super potenze economiche. Due sono i principali motivi di tensione tra le parti: la questione Iran e la posizione americana sulla Brexit.

Il fronte mediorientale

Nel 2015 l’Iran, gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione Europea siglarono a Vienna il Piano d’Azione Congiunto Globale ossia un accordo sull’energia nucleare in Iran. Tale trattato vincolava la repubblica islamica a limitare notevolmente la propria produzione di uranio a medio e basso arricchimento e rappresentava un primo importante passo verso la denuclearizzazione del paese. L’8 maggio del 2018 tuttavia Donald Trump decise di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo, nonostante l’Iran non avesse commesso alcuna violazione, e di ripristinare le sanzioni sulle importazioni di petrolio persiano e sugli istituti bancari iraniani. Questa scelta è stata fortemente criticata dall’Unione Europea e dai suoi paesi membri che hanno mostrato la volontà di  trovare una soluzione alle sanzioni statunitensi per non interrompere il flusso commerciale verso l’Iran, per far sì che quest’ultimo non venga meno a quanto pattuito nel 2015 a Vienna. Tuttavia, se aggirare le sanzioni nei confronti dell’Iran dovesse significare perdita di competitività dei prodotti e dei servizi europei nel mercato statunitense, le potenze europee non potranno forzare troppo la mano con lo storico alleato. Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha lasciato intendere che quest’ultimo scenario potrebbe divenire reale, peggiorando così una crisi commerciale globale già in atto.

Il sostegno USA alla Brexit

Secondo punto di attrito tra le due sponde dell’Atlantico concerne la logorante questione della Brexit. Il presidente americano, infatti, nonostante le evidenti difficoltà incontrate dal Regno Unito nel processo di fuoriuscita dall’UE, rimane uno dei pochi strenui sostenitori esterni dell’opzione “leave, suggerendo addirittura alla Gran Bretagna “to walk out”, di abbandonare le trattative, nel caso in cui l’offerta di Bruxelles non dovesse soddisfare le richieste di Westminster. Trump è inoltre uno dei pochi leader mondiali ad avere apertamente espresso una preferenza sul sostituto di Theresa May come primo ministro: il nome indicato è quello di Boris Johnson, ex ministro degli Esteri di sua Maestà, figura politicamente e caratterialmente molto affine all’inquilino della Casa Bianca. Il Tycoon si è dichiarato pronto ad offrire un nuovo trattato commerciale al Regno Unito, accogliendo quindi a braccia aperte quello che è storicamente l’alleato più vicino nel vecchio continente, mostrando chiaramente la strategia adottata nei confronti dell’Unione Europea: Divide et impera.

Valutare l’approccio che Trump ha nei confronti dell’Unione Europea come squisitamente distruttivo, indurrebbe a dipingere un quadro distorto delle relazioni transatlantiche. Ciò nonostante, è indubbio che un’UE meno coesa offra a Washington, così come a Mosca o a Pechino, maggiori vantaggi durante eventuali negoziazioni.

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