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Internazionale

L’Europa e Hong Kong: La crisi del modello “un paese, due sistemi”

Difficilmente la maggior parte dei cittadini dell’isola di Hong Kong avrebbero augurato un 23esimo anniversario dalla fine del controllo britannico di questo tenore. Nel guastare le celebrazioni e a portare le lancette avanti di venticinque anni, un ruolo fondamentale è stato giocato dalla votazione (unanime) dell’Assemblea del Partito Comunista della nuova National Security Law in vigore nell’isola a partire dallo scorso 1° luglio. L’”ora X” della paventata fine dell’esperienza democratica dell’auto-amministrazione di Hong Kong è ancora attualmente fissata al 2047, quando i 50 anni dalla ratifica della mini-costituzione, redatta a più mani con i coloni britannici, avrebbe dovuto terminare il proprio ruolo e si sarebbe dovuto completare il passaggio sotto il controllo diretto di Pechino. Ciò segnerebbe de facto il termine del principio “una Cina, due sistemi”, di cui si è già discusso.

L’approvazione di questa norma, che sarà allegata alla costituzione, avrà un impatto diretto ed immediato sul grado di autonomia condiviso con i britannici nel 1997. L’esatta formulazione della legge sulla Sicurezza Nazionale è rimasta sconosciuta alla popolazione fino al momento dell’approvazione ed è tutt’ora oggetto di interpretazione, anche a livello internazionale. Ciò che è lapalissiano sono gli effetti repressivi che avrà sulla popolazione hongkonghese. Secondo le prime analisi dei 66 articoli della legge saranno introdotti i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con soggetti stranieri o esterni. In aggiunta a ciò, il governo di Pechino si riserva la facoltà di istituire un ufficio di raccordo per la sicurezza nazionale direttamente nell’Isola ma, soprattutto, apre alla facoltà dell’estradizione verso la Cina continentale di quanti si rendessero rei dei crimini introdotti nella legislazione di Hong Kong. All’uso della forza poliziesca e militare, quindi, la Cina di Xi Jinping affianca l’uso della forza legislativa, imponendo una legge sulla sicurezza nazionale, portando non solo ad un passo indietro a livello democratico nell’area, ma anche un raffreddamento dei rapporti su questo tema con gli altri attori globali.

Hong Kong e l’occidente

I rapporti contemporanei tra Hong Kong e l’occidente hanno inizio con il primo conflitto dell’oppio, al termine del quale il territorio diventa colonia dell’impero britannico, e hanno vissuto il loro periodo più intenso durante gli anni della Guerra Fredda. Il conflitto strategico tra i due mondi, infatti, ha contributo allo sviluppo di diversi attori nel continente asiatico  come Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Singapore e la stessa Hong Kong a causa delle attenzioni rivolte dagli Stati Uniti a questi territori a causa del loro elevato valore strategico in chiave anticomunista. 

Già negli anni 70 però, Regno Unito e Cina iniziarono a discutere del futuro del piccolo presidio coloniale a sud del continente. Questi round di dialogo si conclusero nel 1984 con la firma del Sino British Joint Declaration: documento che garantiva, a partire dal 1997 e per un periodo di cinquant’anni, concessioni politiche e sociali da parte della Repubblica Popolare al territorio precedentemente amministrato da Londra. Il modello “un paese, due sistemi” è stato adottato non solo per Hong Kong (Macao è un altro esempio), e Pechino si augura di poterlo estendere quanto prima a Taiwan, altro importante avamposto occidentale in Asia del sud. Per questo motivo, l’occidente rimane molto sensibile rispetto agli attuali avvenimenti.

Anche a distanza di decenni dalla fine della guerra fredda, il valore simbolico e strategico di Hong Kong per l’occidente sono rimasti altissimi, rappresentando un prototipo di società aperta e multiculturale in territorio cinese. 

In secondo luogo, questo territorio ha assunto anche un indiscutibile valore strategico per l’Europa e il resto dell’alleanza occidentale. Hong Kong, infatti, continua ad essere un importante hub commerciale, militare, di intelligence ma soprattutto finanziario. Tra i fattori che hanno contributo al raggiungimento dello status di capitale finanziaria asiatica figurano principalmente la facilità nel costituire e portare avanti un business, il ruolo di ponte tra occidente e oriente nel continente asiatico stesso, e l’ottimo livello di rispetto del principio dello stato di diritto nonostante non si tratti di una democrazia. Il rischio che gli avvenimenti degli ultimi mesi possano compromettere questo ruolo è reale e le conseguenze, per un paese il cui PIL è dodici volte inferiore al valore del proprio mercato azionario,  non possono essere sottovalutate.

Germania, Europa e Cina

Il primo luglio è stata una data significativa per la politica europea e si prospetta esserlo anche per le relazioni sino-europee. Il cambio di presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea ha messo in archivio la presidenza croata e ha inaugurato il semestre a guida tedesca. Se già si prevedeva un periodo di alta tensione politica tra le istituzioni europee, il programma a trazione tedesca in tema di politica estera vede un solo obbiettivo: la Cina.

Il tema delle relazioni con Pechino è stato dichiarato come prioritario dalla Cancelliera Angela Merkel ponendo attenzione su diversi temi. Se in primis si guardava agli aspetti commerciali, l’attualità degli ultimi mesi non può sottacere la situazione sanitaria e il rispetto dei diritti umani. L’Unione Europea, intesa come entità negoziale in politica estera, ha da sempre sbandierato come conditio sine qua non il rispetto dei diritti umani per sedersi allo stesso tavolo. Tuttavia, molto spesso l’Unione ha deciso di esercitare una bassa condizionalità in questo senso. Ma guida impressa dalla presidenza tedesca della Commissione europea e dalla presidenza di turno del Consiglio sembrano aver riportato questo tema centrale.

Lo scorso 22 giugno si è tenuto in forma virtuale il forum di dialogo Europa-Cina. Da un lato, dello schermo il presidente del Consiglio Europeo Michel e dall’altro la presidente Von der Layen, dall’altro Xi Jinping e il suo primo ministro Li Keqiang. La controparte europea ha ampiamente sottolineato come i diritti umani non siano negoziabili e come l’approvazione della National Security Law ad Hong Kong sia una violazione degli accordi internazionali sulla questione dell’Isola. Tuttavia, ciò che più colpisce è la completa mancanza di una strategia forte e comune nel contrastare le posizioni unilaterali cinesi. Se da un lato, l’Unione rimane ferma nei rimproveri verso la Cina per mancanza di trasparenza, di discriminazione per le aziende straniere operanti nel territorio cinese e per la palese violazioni di diritti umani, dall’altro, mancano anche solo l’idea di paventare contromisure efficaci. Ciò è dovuto prevalentemente a due fattori. In primis, gli Stati membri, in virtù dell’assenza di una politica estera comune ed in barba all’esistenza di quella comunitaria, continuano ad agire sul piano bilaterale, fungendo da free riders e quindi destabilizzando il già debole impianto di politica estera europea. Dall’altro, e forse più importante, è il sempre più progressivo ridimensionamento del peso europeo nell’arena globale. Il confronto tra Stati Uniti e Cina è oramai una sfida tra titani dell’economia e all’Europa non è che riservato un ruolo di mezzo, talvolta da mediatore per questioni che coinvolgono indirettamente. 

L’insussistenza del Dialogo tenutosi lo scorso 22 giugno tra l’Unione e quella che è stata ribadita come “un rivale sistemico”, per via della possibile inconciliabilità del sistema occidentale e quello cinese, è rappresentata dalla mancata firma del comunicato redatto da von der Leyen e Michel, che più di una lettera di impegno aveva le sembianze di una mano europea tesa verso oriente. Se Merkel riuscirà ad organizzare (COVID permettendo) la visita del leader Xi Jinping a Bruxelles dinanzi a tutti e 27 i capi di stato e di governo potremmo avere la percezione della vera strategia europea nei confronti della Cina, ma soprattutto scopriremo chi ha il pallino della politica estera e commerciale dell’Unione.

Il ruolo del Regno Unito

Come precedentemente evidenziato, Londra è la capitale occidentale con legami più stretti con Hong Kong e la risposta dell’esecutivo di Westminster è stata la più sostanziosa. Il governo d’oltremanica, infatti, garantirà ad un numero di cittadini dell’ex colonia stimato intorno ai 3 milioni ingresso in Gran Bretagna. 

Difficile prevedere come una simile scelta possa inserirsi all’interno dell’epopea Brexit, nella quale la riduzione del numero di immigrati ha giocato, e continua a giocare, un ruolo preponderante. La scommessa del governo britannico poggia sull’idea che difficilmente il numero di cittadini di Hong Kong che usufruiranno di questo diritto sarà anche solo lontanamente vicino a suddetta stima, ma garantendo comunque i benefici di un forte atto di supporto. Le richieste di garanzia di cittadinanza britannica per i cittadini dell’ex colonia, infatti, non nascono solamente in risposta ai recenti avvenimenti, ma le origini risalgono alla fine degli anni 90 e alla firma della dichiarazione Sino-Britannica. In quel frangente, la scelta ricadde sul non garantire simili diritti in virtù dell’impegno di Pechino a non interferire con l’architettura politico-economica di Hong Kong, in particolare gli elementi democratici e la libertà del mercato. Ma questo impegno sembra oggi essere venuto meno da parte della Repubblica Popolare Cinese e il governo di Boris Johnson denuncia l’infrazione di quanto pattuito nel 1997. 

La posizione del nostro paese 

Decisamente meno netta, invece, la posizione dell’Italia, autolimitata da note ed evidenti divisioni tra le forze di governo. Il Ministro degli Esteri e figura di riferimento del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha sempre espresso, già dal primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte, la propria volontà di investire nei rapporti tra Roma e Pechino. Questo impegno è risultato nella firma da parte del nostro paese, primo in Europa, di un memorandum all’interno della cornice dell’iniziativa “One Belt One Road”. Un simile investimento mette oggi il Ministro Di Maio e il suo partito in una posizione estremamente difficile, risultando in esternazioni pubbliche vaghe ed ambigue, impedendo un completo allineamento sull’argomento tra l’Italia e il resto dell’UE. 

Più efficaci invece le posizioni assunte dai partner di governo del M5S (Partito Democratico e Italia Viva) e dall’opposizione. Il vice del Ministro Di Maio, la democratica Maria Sereni, ha più volte ribadito il supporto alla posizione espressa dall’Unione Europea e al lavoro svolto dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Josep Borrell. 

Un’iniziativa della Lega, invece, ha generato l’intervento dell’Ambasciatore cinese in Italia, il quale si è dichiarato preoccupato per il sit-in organizzato dal partito di Matteo Salvini in prossimità dell’Ambasciata di Pechino a Roma. 
Il debole posizionamento dell’Italia nella vicenda Hong Kong segue la situazione, per molti versi analoga, legata agli avvenimenti occorsi in Venezuela lo scorso anno. L’approccio adottato da entrambi governi Conte doveva svilupparsi lungo le linee dell’indipendenza e del non allineamento. Tuttavia, il risultato rischia di essere invece un’importante perdita di rilevanza da parte dell’Italia sia a livello internazionale, sia sul palcoscenico comunitario 

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