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Le dinamiche USA – Iran e lo spaccato online

Il 2020 si apre con un avvenimento che smuove l’intera coscienza internazionale: l’uccisione del comandante iraniano delle forze speciali Al Quds Qassem Soleimani e di altre 30 persone nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del nuovo anno. L’operazione sarebbe stata supervisionata a distanza dal Presidente americano Donald Trump e da lui stesso giustificata come una difesa preventiva alle provocazioni iraniane dei mesi precedenti, culminate con l’escalation di violenza registratasi a Baghdad, in cui è stata assaltata l’ambasciata e ucciso un contractor statunitense. La reazione iraniana non è tardata ad arrivare, e nella notte tra il 7 e l’8 gennaio l’Iran ha lanciato 22 missili balistici contro due basi militari in Iraq che ospitavano soldati americani. 

Le domande più diffuse in seguito a tali vicende sono state “perché proprio adesso?” e, soprattutto, “si può parlare di Terza Guerra Mondiale?”. Il primo passo per rispondere è sicuramente quello di analizzare il contesto in cui la crisi iraniana si svolge. 

Il contesto: gli elementi chiave

Quella tra i governi USA e Iran è una storia che registra elevati livelli di tensione già più di 60 anni fa, quando gli Stati Uniti iniziarono a mettere in atto un piano egemonico nella regione del Medio Oriente. Nel 1953, infatti, i servizi segreti americani insieme a quelli britannici si adoperarono di un colpo di stato attraverso un preciso progetto di pianificazione e di finanziamenti, in modo tale da causare un rovesciamento del governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq e, quindi, ripristinare l’egemonia anglo-americana. Il motivo scatenante di un tale intervento da parte della CIA e del MI6 (intelligence militare britannica) si cela dietro la policy governativa dichiarata dal governo, il cui obiettivo primario sarebbe stato quello di ridurre la presenza delle compagnie straniere nell’industria petrolifera iraniana.

Ma l’evento simbolo dell’odio che spesso si è detto scorrere tra Stati Uniti e Iran viene spesso identificato nella rivoluzione iraniana del 1979, quando si instaurò definitivamente la Repubblica Islamica che decretò la fine della monarchia filoamericana nel territorio iraniano. Inoltre, nello stesso anno, a peggiorare irreversibilmente la tensione tra le due nazioni fu la cosiddetta crisi degli ostaggi, durante la quale un gruppo di studenti universitari iraniani fece irruzione dell’ambasciata americana di Teheran, occupando l’edificio e prendendo come ostaggi 52 funzionari americani. 

A partire dai primi anni 2000, si diffuse a livello internazionale la preoccupazione propagata da un gruppo di opposizione iraniano secondo cui il governo sviluppava, in quegli anni, diverse strutture nucleari, tra cui un impianto di arricchimento dell’uranio. In effetti, negli anni successivi, secondo quanto stimato dall’amministrazione Obama, l’Iran sembrava detenere una scorta di uranio arricchito e un numero di centrifughe tali da avere la possibilità di creare dalle 8 alle 10 bombe nucleari in un periodo di tempo di circa 3 mesi – il cosiddetto tempo di scoppio. Fu dunque la minaccia di un piano nucleare non autorizzato che spinse il presidente americano allora in carica Obama ad aprire un negoziato con il governo iraniano, piuttosto che optare per un conflitto armato. Quindi nel 2015 dopo numerosi negoziati, l’Iran concludeva un accordo a lungo termine sul suo programma nucleare con i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, Russia), noto come P5+1. L’accordo alla base del patto nucleare si estingueva in un vero e proprio scambio: dal 2010 infatti, l’Iran subiva gravissimi danni economici e finanziari causati dall’imposizione di sanzioni internazionali dovute al presunto programma nucleare militare iraniano, costando al paese più di $160 miliardi e paralizzandone l’economia. Dunque, in cambio di una drastica riduzione di tali sanzioni l’Iran si sarebbe impegnato a mantenere un tasso di arricchimento della scorta di uranio del 3,67%, rispettando un limite massimo di rifornimento pari a 300 kg, da non superare fino al 2031. Inoltre, sulla base dell’accordo anche il numero di centrifughe sarebbe stato significativamente ridotto, destinandone l’utilizzo alla produzione di radioisotopi per uso in medicina, agricoltura, industria e scienza. Infine, termine ultimo del patto nucleare prevedeva lo svolgimento dell’attività di monitoraggio, verifica e ispezione straordinari da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIAE) a cui l’Iran si sarebbe dovuto sottoporre. 

La prima forte scossa subita dal patto nucleare arriva l’8 maggio 2018, quando il Presidente Trump, da poco insediatosi al governo, dichiara l’uscita dall’accordo in nome degli Stati Uniti, nonostante non fosse avvenuta alcuna violazione dei termini del trattato da parte dell’Iran. Dietro una tale scelta si celavano diverse influenze e motivazioni, tra le quali l’idea che il patto conclusosi nel 2015 non fosse in alcun modo vantaggioso per gli USA, che in questo modo rischiavano di compromettere i rapporti instauratisi con gli alleati tradizionali della regione, come l’Israele e l’Arabia Saudita, da sempre contrari all’intesa perché considerata inefficace ad impedire al governo iraniano, nel frattempo rinforzatosi grazie alla riduzione delle sanzioni internazionali, di ottenere ugualmente l’arma nucleare nel lungo periodo. 

Tre mesi dopo l’uscita degli USA dall’accordo, Trump comunica la reintroduzione delle sanzioni contro l’Iran e gli stati che commerciano con esso. Si tratta di una decisione che gli altri paesi firmatari dell’accordo contestano fortemente e alla quale si ribellano mantenendo in vita l’accordo nucleare attraverso l’istituzione di un meccanismo di pagamento alternativo volto a sostenere le società internazionali a commerciare con l’Iran, aggirando il sistema di sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Ma l’inasprimento delle sanzioni avvenuto nel 2019 ha dato il via ad un’escalation nei rapporti USA – Iran che ha messo nuovamente in ginocchio l’economia iraniana. Assieme ai numerosissimi eventi caratterizzati da elevata tensione nel Golfo avvenuti durante la seconda metà del 2019, il governo iraniano assume una nuova posizione e per la prima volta viola i termini dell’accordo del 2015, con la richiesta di maggiore protezione dalle sanzioni statunitensi diretta ai paesi europei parte del patto, che però tarda ad arrivare. È dunque questo il contesto in cui si iscrivono le vicende che hanno reso decisamente turbolenta la prima settimana dell’anno nuovo.

Cosa succede ora? Il ruolo di Twitter

La minaccia di una Terza Guerra Mondiale sembra scagionata, o per lo meno così sembra essere sulla Tweeter-sfera statunitense e iraniana di questi giorni. Per quanto la questione sia complessa e affonda le proprie radici nel passato, la crisi ha dimostrato la trasformazione della diplomazia al tempo dei social media che assume una nuova forma oggi definita tweetdiplomacy. L’aggiornamento costante ed immediato che la piattaforma social garantisce consente un vero e proprio scambio di battute in tempo reale tra i governi coinvolti. 

All’uccisione del generale, il governo iraniano risponde con la minaccia di “un nuovo Vietnam” per gli americani, esprimendo via tweet sete di una “vendetta feroce”. In seguito alla controffensiva iraniana però le acque sembravano essersi calmate e se Trump posta un emblematico tweet “all is well”, il ministro degli esteri iraniano dichiara in meno di 280 caratteri non solo che la risposta del governo iraniano era proporzionata, ma anche di non avere intenzione di portare avanti nuovi attacchi militari, purché non vi sia alcuna azione americana.

Aggrava la situazione il disastro aereo dell’8 gennaio in cui muoiono 180 passeggeri di un volo diretto a Kiev, abbattutosi al suolo poco dopo il decollo. Nonostante siano ancora da dichiarare ufficialmente le cause dell’incidente aereo, il governo iraniano parla di risposte adeguate e dure a qualsiasi altra azione americana. La risposta del presidente americano non si lascia attendere, dichiarando di aver “individuato 52 siti molto importanti per la cultura iraniana che potrebbero essere attaccati molto rapidamente”, ma nel frattempo vengono varate nuove sanzioni contro l’Iran che colpiscono diversi settori, tra cui il manifatturiero, il tessile e il minerario. La strategia americana sembra piuttosto evidente: le mosse di Trump si basano su una scommessa. Da una parte il governo iraniano potrebbe subire un vero e proprio collasso economico, o dall’altra convincersi a un negoziato con gli Stati Uniti, per concludere un accordo che sia più vantaggioso per gli USA rispetto a quello del 2015. 

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