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Il dogma cinese dell’indivisibilità: la prova dei fatti ad Hong Kong

La questione sulla pluralità della Cina o la sua unicità si ripresenta sul panorama della politica internazionale ma, in questo caso, si tratta di qualcosa di più profondo, geograficamente spostato di qualche parallelo più a sud e qualche meridiano più vicino al cuore pulsante del governo cinese. 

La dottrina dell’“Unica Cina”, difesa dal governo della Repubblica Popolare Cinese, affonda le proprie radici nella Lunga Marcia di Mao e nella  cacciata del governo nazionalista di Chiang Kai-shek dalla Cina continentale verso l’Isola di Formosa, l’odierna Taiwan. L’ideale di unicità territoriale, ma soprattutto culturale ed ideologico, ha segnato le relazioni internazionali e la storia contemporanea della Repubblica Popolare Cinese. Fino al 1971 l’unica Cina riconosciuta in ambito internazionale e nel panorama delle Nazioni Unite era quella con capitale Taipei; ma era già ben chiaro come la potenza con sede a Pechino si stesse affacciando, prepotentemente sospinta dall’Unione Sovietica, sul panorama internazionale. Il riconoscimento del seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alla Cina pechinese ha permesso un rovesciamento della bilancia dei poteri e il consolidamento della dottrina dell’”Unica Cina” da parte dei governi che nel tempo hanno sapientemente accresciuto il sentimento nella popolazione e progressivamente sminuito a semplice regione l’isola di Taiwan.

Tale interpretazione ha riscontro anche nella più recente attualità. Dopo un primo impasse diplomatico a seguito dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America nel 2016, e con lo scambio di cortesie tra il neoeletto e la presidente taiwanese Tsai Ing-Wen, la governance di Xi Jinping ha da subito fatto trapelare che il principio dell’”Unica Cina” non era in discussione e l’unico interlocutore sarebbe stato Pechino. 

Il tentativo di riavvicinamento tra le due entità ed un parziale mutuo riconoscimento avvenne nei primi anni ’90 quando la Repubblica Popolare Cinese propose il riconoscimento della propria sovranità sull’Isola di Taiwan come base per l’avvio di dialoghi diplomatici. Se, grazie alla predisposizione al dialogo proficuo del governo taiwanese, la tensione sembrò scemare, a distanza di qualche miglio marittimo il “principio di una sola Cina” si sarebbe palesato ad Hong Kong.

Hong Kong come “terza Cina”?

Il 1° luglio 1997 i 156 anni di dominio britannico sull’isola di Hong Kong terminarono ed il controllo sul territorio tornò in mano alla Repubblica Popolare Cinese. Già dal 1984 venne stabilito un periodo transitorio di 50 anni, a partire dal trasferimento della concessione, in cui l’isola di Hong Kong avrebbe goduto di un regime speciale, benché sotto la stretta sovranità cinese. Un unicum, insieme a Macao, nella storia cinese.

Grazie alla influenza britannica, l’attuale vita politica e istituzionale è fortemente influenzata dagli istituti del common law britannico che poco si conciliano con gli antichi principi del Fa Jing che sovrintendono il diritto cinese. La forma di “limitato” autogoverno riservato ai cittadini di Hong Kong ha permesso di sviluppare l’Isola soprattutto sul versante democratico, inteso come canone tipico occidentale. Freedom House riconosce, infatti, un buon livello dei diritti civili, ma al contrario registra le difficoltà nel campo dei diritti politici. È proprio sull’innegabile commistione tra diritti civili e politici che la situazione sociopolitica nell’Isola è implosa.

Nel 2014 l’iconica protesta degli ombrelli segnò il primo momento di tensione tra la base popolare e la Repubblica Popolare Cinese. Il Politburo, vale a dire l’Ufficio Politico del Partito Comunista, di Pechino aveva da poco adottato un principio di riforma della legge elettorale volta a limitare le possibilità di partecipazione popolare alla nomina del capo esecutivo di Hong Kong, in ottica di mantenere il più possibile l’allineamento al principio “un paese, due sistemi”. Nacque quindi l’organizzazione di Occupy Movement, composta da ragazzi universitari che catalizzarono intorno a loro il sentimento popolare e diedero il via alla propria disobbedienza civile occupando le vie principali di Hong Kong, fino ad arrivare alla sede della rappresentanza del governo cinese nell’Isola. La rapida marcia indietro del governo di Pechino ed il sostegno di gran parte dell’opinione pubblica mondiale giunsero rapidamente , ma la situazione sul piano interno non venne intaccata. Anzi, si è assistito ad un continuo peggioramento fino ai recenti fatti.

Lo scorso giugno, il capo dell’esecutivo Carrie Lam ha proposto al plenum legislativo di Hong Kong un emendamento volto ad inasprire la legge per l’estradizione dei propri cittadini verso quei paesi con cui Hong Kong non ha accordi specifici a riguardo questo tema. In maniera sorprendente – ma forse non troppo – la Repubblica Popolare Cinese non ha mai concluso alcun accordo di questo tipo con l’Isola. Oltre al sostanziale timore di forma, ma anche di sostanza nel rischio di vedere estradati i propri concittadini dissidenti in territorio cinese, il popolo di Hong Kong vede questo come un ulteriore tentativo di riduzione della propria autonomia. Evidentemente la reputazione che l’isola di Hong Kong sta cercando di affermare grazie al progresso democratico ed economico, non coincide più con la visione di “un paese, due sistemi”. Il tentativo di emancipazione da parte della popolazione si è rapidamente palesato con  l’obiettivo di preservare quanta più autonomia possibile in vista del 2047, quando il regime speciale scadrà e l’Isola tornerà sotto la completa autonomia cinese. 

Il governo cinese di Xi Jinping ha già dimostrato come non sia disposto a cedere su alcun tema e proprio l’uscita dalla caserma dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese, che secondo invece la Hong Kong Basic Law non dovrebbe interferire negli affari interni, conferma le serie intenzioni di Pechino. Non sarà di certo il ponte più lungo al mondo tra l’Isola e la terraferma, inaugurato nel 2018, a collegare due sistemi che non riescono a parlare la stessa lingua e che sembrano andare in direzioni opposte. Xi Jinping mira ad affermare la propria potenza, ma la sensazione è che questa si riveli quantomeno scalfita dalla netta separazione che esiste tra le diverse Cine.

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