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I regimi mediorientali alla prova del Coronavirus

Quando la sicurezza di un Paese è minacciata da un grave ed imminente pericolo, che si tratti di conflitti interni, di catastrofi naturali o, come nella fattispecie, di epidemie, spesso è lo stesso testo costituzionale ad indicare la possibilità per il governo di adottare qualunque misura, di carattere temporaneo, volta a scongiurare tale pericolo e a proteggere i propri cittadini. Si tratta di provvedimenti che, talvolta, limitano le libertà fondamentali sia individuali sia collettive ma, proprio perché impiegate al fine di salvaguardare la salute pubblica sono accettate dai governati. Tuttavia, le restrizioni che oggi quasi tutti i Paesi hanno adottato per far fronte al Covid-19, giunto in un momento già difficile per lo stato di diritto, in alcuni casi, soprattutto nei Paesi appartenenti alla regione Medio orientale, si sono spinte troppo oltre, trasformando la gestione emergenziale in un mero strumento di imposizione autoritaria.

Sembra proprio che il virus sia divenuto un ottimo alibi per i leader autocratici di tutto il mondo per espandere i propri poteri individuali. Dall’Europa al Medio Oriente, dall’Asia all’America Latina, i governanti dei paesi autoritari, hanno compreso che si trovano nel momento propizio per aumentare e consolidare sproporzionatamente i loro poteri, ridurre libertà e diritti individuali, censurare i giornali e i media e indebolire dissenso e opposizione, nella consapevolezza che le loro popolazioni le subiranno passivamente come misure necessarie per combattere l’epidemia.

Nei mesi passati, anche le nazioni più libere e democratiche hanno cercato di scendere a patti con le proprie tradizioni liberali, ipotizzando di adottare per il monitoraggio dei contagi misure di sorveglianza digitale invasive. Quando l’emergenza sanitaria sarà scomparsa però, la maggior parte delle democrazie occidentali cancellerà le restrizioni delle libertà adottate finora. Non varrà lo stesso per molti regimi autoritari. 

“Ci si potrebbe trovare di fronte ad un’epidemia parallela fatta di misure autoritarie e repressive” ha annunciato Fionnuala Ni Aolain, relatore speciale delle Nazioni Unite per l’antiterrorismo e i diritti umani[1]. I governi autoritari, come è solito in situazioni emergenziali, sono infatti impegnati in una sorveglianza invasiva in nome della salute pubblica proprio perché, in tempi di crisi, gli equilibri istituzionali (se mai esistono) vengono spesso ignorati in nome del potere esecutivo. La prima reazione di alcuni autocrati e dittatori è stata quella, tipica di populisti, nazionalisti e sovranisti, di screditare scienziati ed esperti, sostenendo che il Covid-19 fosse soltanto una semplice influenza e, quindi, non un valido motivo per imporre un totale lockdown. Questi sono gli autocrati negazionisti, tra cui spicca il presidente brasiliano Bolsonaro nonché il bielorusso Lukaschenko, a cui si affiancano coloro che, invece, sfruttano l’emergenza per soffocare critiche e dissenso, proprio come sta accadendo in Medio Oriente, dove la pandemia in corso ha avuto, e continua ad avere, effetti e conseguenze diverse da Paese a Paese.

Quest’ultima è, infatti, una regione estremamente eterogenea, soprattutto in termini di strumenti di assistenza socio-sanitaria: Paesi come Israele e Tunisia, ad esempio, dispongo di sistemi sanitari piuttosto avanzati e di cuscinetti in grado di attutire l’urto economico della crisi rispetto a realtà come il Libano, che invece è sprofondato in una crisi economica senza precedenti risultata nella dichiarazione di default sul debito.  

L’incipit ideale per un’analisi delle variazioni nei livelli di autoritarismo nei regimi mediorientali è l’epicentro della crisi dell’epidemia nella regione: l’Iran. Valutare le oscillazioni autoritarie in un Paese già in fondo a qualunque rispettabile ranking di performance democratica rischia di apparire come la ricerca di un ago in un pagliaio, ma la rilevanza di queste, apparentemente impercettibili, variazioni può aver avuto un ruolo cruciale nella gestione della crisi pandemica in tutta l’area a sud del Mediterraneo.

Il regime illiberale islamico iraniano attraversava un periodo nero di crisi economico-politica già da prima della diffusione del Covid-19. La paura di un definitivo collasso ha portato il governo di Teheran ad un oggettivo ritardo nell’imposizione del lockdown nel Paese. Il primo focolaio si è sviluppato nel centro di Qom, recentemente diventato un importante hub economico-strategico soprattutto a causa degli investimenti operati in quest’area da parte della Cina nel quadro dell’iniziativa “One Belt One Road”. Proprio questo stretto legame col gigante asiatico, ed il conseguente traffico di beni e persone, è stato identificato come scintilla dell’incendio Covid-19 in tutto il Medio Oriente. 

La Repubblica Islamica ha da sempre imposto una ferrea morsa alla libertà di stampa nel Paese. Tuttavia, è opinione diffusa all’interno della comunità investigativa di riferimento che ulteriori controlli e limitazioni abbiano permesso al governo di Teheran di manipolare numeri e informazioni reali sulla crisi in corso. La portata di simili azioni avrebbe sicuramente amplificato esponenzialmente la capacità di diffusione del virus in virtù dell’elevatissimo numero di persone che dagli stati limitrofi si recano in Iran per ragioni di lavoro o religiose.

Diversa invece la situazione in Israele. Il governo è stato guidato ad interim dallo storico premier Benjamin Netanyahu, esponente del centro destra israeliano, da sempre archetipo dell’uomo solo al comando. Il Paese, nonostante vanti un solido sistema elettorale, prima della diffusione a livello mondiale del Covid-19 si trovava ad affrontare una fase di stallo istituzionale con pochi precedenti nella sua storia: le ultime tre tornate elettorali, infatti, non hanno coronato nessun candidato come netto vincitore, ma il partito Blu e Bianco, guidato da Benny Gantz ha ottenuto i numeri per formare un esecutivo grazie al supporto di partiti minori. Tuttavia, la presa di posizione da parte dell’ala destra del partito dello stesso Gantz ha rallentato i tentativi di formazione del primo governo non guidato da Netanyahu in 11 anni. La diffusione del Coronavirus nella regione però, per necessità istituzionali, ha permesso al premier in carica di rimanere al potere ad interim, e di lavorare ad una “Grosse Koalition” con Gantz. 

Diverse sono le accuse mosse nei confronti di Netanyahu: secondo l’opposizione il premier sarebbe reo di aver cavalcato l’onda della crisi sanitaria per modellare la democrazia israeliana a suo volere. Questo malcontento diffuso è risultato nella storica manifestazione che ha avuto luogo a Tel Aviv il 19 aprile durante la quale i manifestanti hanno mantenuto un distanziamento fisico di due metri e sono diventati il simbolo della manifestazione democratica di dissenso anche in periodo di crisi.

Il premier avrebbe, in primo luogo, messo in funzione una serie di meccanismi volti al tracciamento dei nuovi contagiati ritenuti particolarmente invasivi dei diritti personali, quali ad esempio il monitoraggio per mano della Shin Bet (agenzia di sicurezza interna) degli smartphone delle persone entrate in contatto con malati Covid-19, anche senza la certezza di un’effettiva interazione. 

In secondo luogo, Netanyahu è stato coinvolto in un ciclone giudiziario che lo vede accusato di corruzione e la chiusura dei tribunali gli ha permesso di rinviare l’inizio del processo che ha comunque avuto avvio il 24 maggio dimostrando come sia possibile, per una singola figura politica, piegare un sistema effettivamente democratico, senza però poterlo rompere.  In simili circostanze è stata portata a termine anche la chiusura della Knesset, il parlamento israeliano, a poche ore da una potenziale svolta storica con la perdita del ruolo di speaker da parte di Edelstein, esponente Lukid, garantendo a Netanyahu di continuare a controllare l’organo legislativo. 

Meno resistenza, com’era prevedibile, hanno dimostrato invece le istituzioni egiziane. A Il Cairo, sin dalla morte dell’ex presidente Sadat nel 1981, ogni scusa è sempre apparsa buona per prolungare la legge marziale, e la pandemia globale da Coronavirus ha confermato questa tendenza. In Egitto, infatti, sin dall’inizio degli anni ‘80, l’ex capo di stato Mubarak ha prolungato continuamente lo stato di emergenza, imponendo ferrati controlli alla libertà di stampa e operando torture e omicidi ai danni di oppositori politici del regime. 

Come molti regimi autocratici, anche il governo del Presidente Al-Sisi è accusato di aver manipolato i numeri sulla diffusione della pandemia e di aver militarizzato anche questo conflitto, nonostante il nemico in questione abbia poco a che fare con un confronto armato vero e proprio. La giornalista del Guardian Ruth Michaelson, ad esempio, inviata al Il Cario per indagare sui report emessi dal governo egiziano sulla crisi sanitaria in corso, è stata informata da diplomatici occidentali della volontà del regime di intervenire per interrompere le sue ricerche. La vicenda, fortunatamente, ha avuto esito migliore rispetto a quello riservato a nostri connazionali in tempi recenti. 

La tentazione autoritaria, e l’attacco alle libertà democratiche sembrano essere un effetto collaterale della pandemia con il rischio, essenzialmente politico, che tali misure straordinarie non vengano rimosse completamente e vengano normalizzate nelle strategie di sopravvivenza delle classi al potere. Tuttavia, la stretta autoritaria dei leader autocratici potrebbe anche fungere da arma a doppio taglio e riversarsi contro gli stessi. In molti paesi, non solo del Medio Oriente, il coronavirus ha reso le persone più povere ma anche più sfiduciate e insofferenti nei confronti dei propri governanti la cui incapacità di affrontare la sofferenza popolare potrebbe scardinare il mito della loro inespugnabilità. Inoltre, i regimi autoritari, benché capaci di coordinare imponenti progetti, sono mal equipaggiati per quanto riguarda questioni che richiedono una libera circolazione delle informazioni e un dialogo aperto tra cittadini e governanti.

Cosa si prevede in uno scenario post-emergenziale? La svolta autoritaria, in Paesi dove già esistevano fragili democrazie e dove i parlamenti avevano solo un ruolo di facciata e spesso erano anche ostaggio dei militari, rischierebbe di far rivivere anni bui della storia tanto da poter parlare di “democrazia in ritirata”[2]. Numerosi sono infatti gli interrogativi che in questo periodo ci si sta ponendo: tornerà una vita istituzionale normale? Tornerà un equilibrio tra i poteri? Quid per i diritti compressi?

Il coronavirus potrebbe non essere solo una breve “parentesi”, come l’avrebbe intesa Benedetto Croce, della vita politica e sociale, ma concreto è il pericolo di aggravamento non solo della rigidità dei regimi autoritari, ma anche  della crisi delle democrazie e dell’ideale di stato di diritto[3].  

Analisi in collaborazione con Orizzonti Politici


[1] https://www.wired.it/attualita/politica/2020/03/31/coronavirus-orban-pieni-poteri-mondo/

[2] https://www.linkiesta.it/2020/05/occidente-ritirata-dalema/

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-scenari-la-democrazia-ADPizzI

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