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100 città con Patrick: un’iniziativa concreta per Patrick Zaky. Intervista a Francesca Carlotta Brusa

Il primo assaggio di ritorno alla normalità dopo l’epidemia ha permesso di riportare in auge alcuni temi inevitabilmente finiti in secondo piano negli ultimi mesi. La storia di Patrick Zaky ha iniziato a trovare spazio sulle colonne dei quotidiani come forse mai era accaduto dallo scorso 7 febbraio, data a cui risale il suo arresto da parte delle autorità del Cairo;  allo stesso tempo ha attirato sempre più l’attenzione dell’Italia intera, ancora scossa dal triste epilogo del caso Giulio Regeni che vedeva coinvolto sempre l’Egitto. Lo scenario diplomatico tra i due paesi è chiaramente delicato e coinvolge numerosi questioni, la linea scelta dalla Farnesina e dal governo è stata finora quella di un tiepida neutralità di facciata, proprio per la fragilità degli equilibri in gioco.
Tuttavia attraverso altri canali sono stati in tanti a mostrare interesse e passione per la causa di Zaky. Tra queste iniziative troviamo anche quella promossa da GoFair, una giovane organizzazione no profit che ha deciso di lanciare un messaggio all’esecutivo centrale passando attraverso i comuni. L’obiettivo, ambizioso ma alla portata, è raggiungere il simbolico numero di 100 comuni disposti a riconoscere la cittadinanza onoraria a Patrick Zaky così da convincere il governo a renderlo cittadino italiano; da qui il nome dell’iniziativa: “100 città con Patrick”. L’iniziativa è già avviata e oggi (26 giugno, ndr) il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha annunciato che il capoluogo campano aderirà all’iniziativa.

La storia di Patrick Zaky

Partendo dal principio, ricostruiamo brevemente le tappe che hanno portato alla situazione attuale. Patrick George Zaky è uno studente egiziano di 27 anni, trasferitosi a Bologna lo scorso settembre per frequentare un master europeo. Oltre allo studio si è sempre occupato della tutela dei diritti umani, come dimostra la sua collaborazione con l’EIPR (Egyptian Initiative for Personal Rights), un’organizzazione egiziana che si impegna per rafforzare le libertà fondamentali.
Lo scorso 7 febbraio, durante un rientro a casa per le vacanze, una volta atterrato all’aeroporto del Cairo veniva arrestato in assenza di apparenti motivi, trattenuto per 24 ore senza che ne fosse data notizia ai familiari, interrogato ed infine incriminato. L’accusa è quella di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”.
In seguito è stato trasferito a Mansoura e poco dopo nel carcere di Tora, dove si trova tutt’ora in stato di custodia cautelare, rinnovata ogni due settimane in attesa di un processo che appare sempre più sfuocato all’orizzonte. La poca trasparenza dal Cairo non aiuta a rendere meno straziante lo scenario, tant’è che le dichiarazioni che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo parlano di “torture, elettroshock e visibili segni di violenza” (EIPR). A preoccupare sono inoltre le condizioni di salute di Patrick che essendo asmatico risulta un soggetto particolarmente a rischio in relazione all’emergenza Covid che nel carcere di Tora ha già mietuto la prima vittima.

La situazione, in sostanza, sembra ricalcare quell’incertezza che ha avvolto anche l’intera vicenda di Giulio Regeni, il cui fresco ricordo continua a non trovare pace tra commissioni d’inchiesta e deboli prese di posizione da parte del governo. Chi segue la vicenda Zaky si augura un epilogo diverso e spera che questa volta l’opacità che troppe volte ha contraddistinto l’operato del Cairo possa finalmente svanire.

GoFair e il progetto 100 città con Patrick

GoFair è una organizzazione no profit nata lo scorso maggio dall’idea di alcuni studenti di Relazioni Internazionali e ha deciso di dedicare la seconda campagna dell’associazione proprio a Patrick Zaky. “100 città con Patrick” nasce, infatti, con l’idea di forzare il governo italiano a prendere una posizione decisa sulla vicenda appena descritta e, più concretamente, a concedere la cittadinanza italiana al ragazzo. Per arrivare a dare un forte segnale a Roma, la campagna vuole portare avanti la causa direttamente attraverso istituzioni locali e si pone l’obiettivo di raggiungere la cifra simbolica di 100 città disposte a riconoscere la cittadinanza onoraria del comune a Zaky. Un traguardo del genere porterebbe in dote un messaggio ben chiaro al governo, costretto a quel punto a prendere chiaramente una posizione.
Questa campagna di advocacy ha già raccolto diversi frutti sebbene sia stata lanciata solo lo scorso 8 giugno.  Sono già dieci i comuni ad aver aderito all’iniziativa e oggi (26 giugno, ndr) è arrivato anche l’importantissimo endorsement di Napoli che ha deciso di concedere a sua volta la cittadinanza onoraria a Patrick Zaky. L’eco mediatica e l’effetto cascata che possono generarsi da una città così importante lasciano sicuramente intravedere ulteriori passi in avanti per questa iniziativa.

Per approfondire la storia dietro questa campagna la redazione di AWARE ha avuto il piacere di intervistare Francesca Carlotta Brusa, studentessa al secondo anno di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS Guido Carli e presidente dell’associazione GoFair.

Da dove nasce l’idea di “100 Città con Patrick”? 

L’idea nasce da un componente della nostra associazione, Antonio, che già prima della nascita di GoFair aveva creato la mozione da presentare come consigliere comunale (era consigliere a Pomigliano d’Arco, ndr) per concedere la cittadinanza onoraria a Patrick. L’associazione in seguito ha sposato l’idea di Antonio e ha cercato di istituire una rete di comuni con l’obiettivo di parlare chiaramente e ad alta voce al nostro governo per dire: “Patrick è un nostro cittadino”.
Da lì abbiamo iniziato a muoverci, siamo partiti con la ricerca dei consiglieri comunali e ci siamo divisi le regioni d’Italia su cui muoverci, rimboccandoci le maniche e mettendoci al lavoro. Siamo molto soddisfatti perché stiamo vedendo partecipazione e sensibilità da tutte le zone del paese.

Avete inaugurato la vostra campagna meno di un mese fa, se dovessi provare a tracciare un bilancio cosa ci diresti? Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato e le più grandi soddisfazioni che vi siete tolti?

Il bilancio è ottimo, una delle cose che ci fa più piacere è vedere come il paese abbia sviluppato una sensibilità attiva sul tema. Già dieci comuni hanno aderito alla nostra iniziativa e oggi anche Napoli si è unita. Due ragazzi dell’associazione sono andati ad incontrare De Magistris e lui si è mostrato veramente molto sensibile nei confronti della nostra iniziativa.
Per quanto riguarda gli aspetti più difficili che abbiamo incontrato, questi hanno riguardato spesso la poca cassa di risonanza che potevamo offrire. Presentarsi come GoFair, una realtà piccola nata da poco, e riuscire comunque ad essere presi in considerazione è stata una vera sfida. Tuttavia, abbiamo trovato persone disposte ad ascoltarci davvero e che hanno subito preso a cuore la nostra idea. 

Che vantaggi ha offerto lavorare attraverso i comuni? È stato più facile muoversi con delle realtà più piccole?

Noi crediamo di sì, ci siamo rivolti ai comuni proprio perché sono gli enti locali più vicini ai cittadini. Per quanto il governo rappresenti tutti quanti noi, è chiaro che il comune è più legato ai residenti e per questo andava coinvolto in questa iniziativa.
Inoltre, realtà più piccole, per un’associazione più piccola come la nostra, offrono un dialogo più semplice, più alla pari. È più semplice confrontarsi da subito con le persone a cui dobbiamo fare riferimento per l’iniziativa.
Si tratta poi di una situazione win/win che permette anche ai comuni più piccoli di farsi conoscere e trarre dei vantaggi dalla nostra iniziativa. Inoltre, in un periodo ricco di polemiche tra i diversi livelli di governo è stato bello vedere un clima di forte collaborazione.

Secondo te l’Italia come ha affrontato la questione Zaky? Non solo da un punto di vista diplomatico, ma anche di insistenza dei nostri media

Complice anche il caos della pandemia, il caso Zaky è stato messo in secondo piano dai media. Tuttavia in generale l’Italia è stata molto, forse troppo, cauta nel non esprimersi e nel mantenere una posizione neutrale. Va detto che il fatto che Zaky non sia un cittadino italiano, ci impedisce di avere una posizione rigida come nel caso Regeni. Ci sono stati comunque dei limiti, ad esempio l’ambasciatore non è mai andato a fare visita a Zaky in carcere. Ci sono tanti interessi in gioco, politici e non solo, ma quando si parla di diritti umani credo che l’Italia non debba mai tirarsi indietro.
Però mi sento anche di dire, da un punto di vista personale, che quando c’è in gioco la vita di una persona (e non solo un’incarcerazione) la cautela nelle dichiarazioni e nelle notizie è imprescindibile, sia per non esasperare la situazione, sia per essere realisti con chi ascolta.

Per concludere, una domanda sulla vostra associazione. Siete una realtà nata da poco (lo scorso maggio) e state già ottenendo dei buoni risultati. Quali sono i vostri obiettivi per il futuro?

Per quanto riguarda la campagna di Patrick gli obiettivi sono quelli di rimanere attivi, soprattutto con l’attività di advocacy. Non vogliamo mollare la presa e speriamo di continuare ad avere un rapporto proficuo  con i comuni e con le persone che ci seguono, comunicando sempre i nostri risultati.
Collegandoci a Patrick abbiamo intenzione di concentrarci sul tema della libertà d’espressione e sulle sue violazioni. Nei prossimi giorni proseguiremo con dei quiz volti a sensibilizzare chi ci segue su un tema ampissimo che non riguarda solamente l’Egitto.
In generale, abbiamo in serbo un po’ di progetti, l’obiettivo principale è quello di rimanere concreti. Sappiamo di essere una piccola realtà che affronta tematiche e problematiche grandissime, ma noi puntiamo sempre ad affrontarli in maniera concreta, facendo informazione vera e diretta, cercando di conseguire degli obiettivi.
Vogliamo ampliarci sempre di più e cercare di creare un network per riuscire a essere ancora più incisivi.

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