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Europa

Non avremo sempre Parigi. Settant’anni di Unione Europea

“Desidero dirti, cara Lou, che Parigi è stata per me un’esperienza analoga all’accademia militare; come allora mi aveva colto un grande, spaventevole stupore, così ora mi colse di nuovo l’orrore per tutto quanto, come in un’indicibile confusione, si chiama vita”

-Ranier Maria Rilke, Epistolario con Lou Andrea Salomé, 1897 – 1926

Come nasce un sogno..

La scena del celebre Casablanca in cui Rick Blaine (Humphrey Bogart) si congeda dall’amata Ilsa Lund (interpretata da una bellissima Ingrid Bergman) è rimasta impressa nella storia del cinema e nei cuori dei suoi appassionati. Con un istrionico “We’ll always have Paris”, il protagonista inchioda nell’eternità il sogno di un amore sbocciato nella Parigi occupata dai nazisti ma mai fiorito. Le sue parole trovano forza e valore nell’idealizzazione del momento, nel suo necessario distacco metafisico da una realtà diversa. 

A Parigi, di sogni ne nascono tanti. Basta muoversi nel tempo una decina di anni dopo l’incontro dei protagonisti della pellicola. Il 9 maggio 1950, dal Salone de l’Hôrloge del Quai d’Orsay numero 37, ormai epiteto per antonomasia del Ministero degli Esteri francese o meglio, come fu rinominato nel 2017, Ministero dell’Europa e degli affari esteri, l’allora ministro Robert Schuman sanciva, con la dichiarazione che prende il suo nome, il punto di partenza del processo d’integrazione europea. È chiaro, la dichiarazione non fu la nascita dell’europeismo. Tuttavia, ne fu la prima rappresentazione istituzionale riuscita. La data fu allora scelta come “Europe Day”, anniversario della complessa architettura istituzionale ormai attore fondamentale della politica odierna. Come il sogno, l’idea politica non può prescindere dal mythos, dalla narrazione, per definizione non logica. Non fa niente se la realtà dei fatti è realmente diversa, conta la sua percezione. Non si può pensare un mondo senza quell’orientamento di valori e sentimenti di cui un Barack Obama ancora senatore proclamava la necessità per “percorrere l’ultimo miglio della maratona”11.

Tuttavia, un sogno che ambisca a proiettarsi nel futuro, un progetto politico, deve necessariamente cercare il contatto con la realtà per sopravvivere. Europeismo di vocazione ed europeismo di professione sono reciprocamente necessari, direbbe Weber22. Se il progetto è fatto di solo consenso e narrazione non è che demagogia e il consenso finirebbe per perderlo. D’altra parte, pensarlo fatto solo di senso e razionalità è impossibile, a scapito di quelli che vorrebbero abolire il conflittuale della politica e relegarlo a un modello di gestione aziendale. Non c’è logos senza mythos. Tuttavia, il “filohegeliano” mythos europeo volle avere sempre Parigi, anche quando Parigi non c’era più. Fu un atteggiamento che funzionò, quando le condizioni strutturali lo consentivano, altrimenti non si sarebbero spiegati i successi europei. Tuttavia, le crisi d’identità dell’Unione hanno allargato la forbice tra mito e realtà, rischiando di farle perdere il suo rapporto simbiotico. Guardare quindi al di là della narrazione per cogliere la realtà dei fatti non è solo compito di chi ama studiare e conoscere. Il fine di questa analisi non è infatti l’anamnesi del progetto europeo, dibattito atavico su cui le scuole di pensiero ancora divergono33.

L’obiettivo è, come sempre su AWARE, stimolare una riflessione costruttiva. Quando narrazione e cruda realtà divergono troppo, quando le divisioni sono troppo centrifughe per celarle, infatti, il progetto si incrina e non è tradimento verso la causa analizzarne le criticità, anzi. Ora più che mai è necessario ritrovare la simbiosi tra le due anime, pena la degenerazione del progetto o, anche peggio, la sua prosecuzione forzata, storicamente anticamera di disordini44.

…e come esso si attua

La dichiarazione, primo documento ufficiale, simboleggiò la vittoria della linea funzionalista55 del progetto europeo: unire i popoli e porre fine ai conflitti attraverso un’integrazione progressiva. Gli Stati Europei, stanchi della guerra, avevano deciso di lasciare da parte le vecchie rivalità e di unirsi in una situazione win-win. Questa rimase la narrazione costante, la stella polare del disegno europeo. Non possiamo considerare il progetto europeo solo vuota narrazione, non avrebbe potuto altrimenti né sopravvivere né raggiungere alcuni fondamentali traguardi. Tuttavia, questi ultimi non furono solo il frutto di idee meritevoli, come alcuni approcci costruttivisti vogliono far credere.

Al contrario, la retorica nascondeva che essi nacquero da conflitti e divergenze d’opinione molto forti e le condizioni strutturali consentivano la loro riuscita più della benevolenza dei leader. La storiografia ci insegna, infatti, che fin dall’inizio gli interessi nazionali erano tutt’altro che scomparsi, persino nei padri fondatori66: il desiderio di non perdere la sovranità per anni minacciata da invasioni sanguinose non era meno forte della volontà di pace, che veniva così declinata nelle sue particolari concezioni statali. Le amministrazioni inglesi e, per storici motivi in misura maggiore, francesi, avrebbero fatto di tutto per scongiurare un riarmo tedesco, non potendo dirsi tranquillizzate davanti agli impressionanti ritmi di ripresa della Germania dopo l’unificazione del 1949. Quest’ultima, invece, desiderava riguadagnare quel minimo di sovranità che le era consentita dopo l’occupazione alleata. Non si possono poi tralasciare le condizioni internazionali. Sulla scena globale, il ruolo preminente che avevano avuto nel conflitto collocava di fatto Stati Uniti e Unione Sovietica al rango di superpotenze mondiali, riempiendo così gli spazi lasciati vuoti dalle ceneri dei gloriosi imperi europei. Il gioco era dettato, ora, da queste due potenze e le diffidenze reciproche non tardarono a farsi sentire. Da quando, infatti, l’ambasciatore statunitense a Mosca George Kennan, in un famoso telegramma77, aveva chiaramente ammonito Washington delle preoccupanti intenzioni sovietiche, la priorità degli Stati Uniti diventava ufficialmente il contenimento dei bolscevichi. 

Con il conflitto coreano alle porte, l’influenza sull’Europa occidentale andava mantenuta e difesa, e quale modo migliore per farlo se non con una funzionale coesione degli Stati? Il problema del riarmo tedesco preoccupava Casa Bianca e Pentagono di meno della necessità di un blocco coeso. La creazione della CECA fu un compromesso utile agli interessi politici di tutti88. La Francia, affidando ad un’autorità sovranazionale il controllo di carbone e acciaio poteva giustificare un controllo su quel bacino di materiale bellico che era la Ruhr sfruttandone allo stesso tempo le risorse. Massimo contenimento della Germania che Parigi poteva ottenere dagli USA. La Germania riacquistava un ruolo paritario e gli Stati Uniti ottenevano la massima coesione possibile, finanziando il tutto con l’ingente Piano Marshall, appendice economica della dottrina Truman.

Il progetto europeo continuò da allora in questo modo, in un continuo conflitto di interessi variegati (che in tutto convergevano tranne che in un’unione politica) e una narrazione teleologica che lo legittimava. I trattati di Roma nacquero dopo il fallimento, nella crisi di Suez, dell’ultimo tentativo espansionista degli Stati europei. Anche allora, sotto un boom fatturiero che aveva ottimamente sfruttato il trampolino del Piano Marshall grazie all’integrazione con l’economia statunitense, la narrazione di una più stretta integrazione economica funzionale all’unione politica poteva resistere nonostante la realtà si giocasse a colpi di interessi particolari. I trent’anni che seguirono furono contrassegnati da questo ottimismo che proseguì anche durante le crisi degli anni settanta, dove, anzi, la ricerca di una giustificante identità europea accelerò notevolmente con la dichiarazione di Copenhagen99. Il crollo del muro di Berlino gettò poi un ottimismo esasperato, tale da far postulare ad alcuni la fine della storia1010. Tuttavia, sempre dietro le righe, la storia proseguiva, con tutte le sue conflittualità e in maniera ancora più lampante una volta dissolto il collante antisovietico. Per esempio, il primo ministro inglese Margaret Thatcher e il presidente francese François Mitterrand non nascosero mai la loro ferma contrarietà all’unificazione tedesca1111

Il trattato di Maastricht e la conseguente unione monetaria, giustificati come ulteriore step verso l’integrazione dei popoli, rimarcò lo stesso duro compromesso teso a bilanciare la galoppante potenza tedesca1212. In questa conflittualità, si cercò di salvare la narrazione spingendola ulteriormente fuori dalla storia mentre gli stati nella storia volevano tornare, allargando la forbice tra un mito che separava politica e economia e la realtà che dimostrava che per gli interessi nazionali bisognava lottare, essendo questi sempre meno spesso garantiti dall’automatica integrazione funzionalista1313. La portata della crisi economica che colpì da nessuna parte come in questo continente fu poi l’ennesimo schianto contro la storia. La sua gestione accentuò divisioni e generò risentimento. Da lì le divergenze emersero eccome, la realtà non andava più verso il paradiso in terra come certa retorica si sforzava di dipingere. Lo iato, poi, continua anche adesso, tra chi auspica e pronostica l’unione fiscale e allo stesso tempo esulta per variazioni dello “zero virgola” nel dibattito per l’approvazione del bilancio.

Ritornare nella storia

Parigi ebbe un effetto diverso sul tormentato poeta boemo Rilke che, dagli incontri con lo scultore Rodin nel suo studio di Rue de l’Université, riscoprì il gusto di descrivere la terribile confusione della vita1414. Senza bisogno di essere troppo nichilisti, un certo realismo farebbe bene anche all’Europa. In momenti di crisi come questo, la narrazione europeista non più permettersi di proporre l’abolizione del politico, la fine della storia. L’Unione è una storia di successi per la sua capacità di trovare il compromesso dove sembrava impossibile.

Tuttavia, la narrazione che prima li accompagnava non riesce più a nascondere le conflittualità interne, crollate le condizioni strutturali che le sintetizzavano. Sempre di più, la storia dell’Unione emerge come storia di Corti costituzionali che bloccano ulteriori cessioni di sovranità e Stati membri che chiedono revisioni dei Trattati. Davanti a queste spinte vitalistiche, ogni ulteriore tentativo di meccanizzare la politica è destinato a fallire proprio perché in tal modo si sfugge dal necessario polemos della vita. Sfuggendogli, si cerca di imbrigliarlo nel giuridico di un’altra ideologia finendo, in un esempio di eterogenesi dei fini, per forzare di nuovo l’allargamento della forbice con conseguenze destabilizzanti1515. Con una distanza ormai così ampia tra narrazione e realtà, uno dei due deve modificarsi. Per quanto riguarda la possibilità che la realtà aderisca al mito di una coesione indiscriminata, è difficile. La solidarietà è presupposto e non prodotto di una comunità politica e, quando questa non c’è, normalmente si usano le armi: Cesare, Napoleone, Carlo V e Hitler insegnano: l’Europa è fatta di vari demoi che trascendono la presunta comunanza di valori cristiani. Per quanto concerne la riformulazione del mito, non tutto è perduto. La devozione alla causa è fondamentale, ma essa non può ridursi a idealizzazione del passato, non può avere sempre Parigi. Il compito dell’agire politico responsabile1616 sta nel coniugare mito e realtà, convinzione e responsabilità, riconoscendo le condizioni che hanno permesso la sospensione di una storia innegabilmente segnata da conflitti.

Hannah Arendt1717 ci ricordava che emanciparsi dall’esperienza concreta forzando un’idea è sempre pericoloso, non cambia che lo si faccia promettendo una terra promessa, la superiorità di una razza o proprio la fine della conflittualità politica attraverso un’integrazione economica. Se quindi il fine ultimo del progetto è il benessere dei popoli europei, riassestare ambizione e realtà è fondamentale. L’Europa non può permettersi di affrontare le sfide a cui è sottoposta fuggendogli e bollandole come degenerazioni da combattere. Il mito potrebbe ritorcersi contro chi lo invoca.


1 B.Obama, Confirmations Remarks on the nomination of Judge John Roberts, Settembre 2015. Reperibile su: Obama Speech – Confirmation of Judge John Roberts – Complete Text
2 M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Milano 2018, Mondadori.
3 M. Pollack. Realist, Intergovernmentalist, and Institutionalist Approaches. In: the Oxford Handbook of the European Union. Oxford, 2012. Oxford University Press.
4 D. McKey, The Political Sustainability of the European Monetary Union, British Journal of Political Science 29, no. 3 (1999).
5 G. Mammarella e P. Cacace, Storia e politica dell’Unione Europea. Bari 1998, Laterza.
6 R.Griffiths, The Founding Fathers. In The Oxford Handbook of the European Union. Oxford, 2012, Oxford University Press.
7 G. Kennan, The Source of Soviet Conduct, Foreign Affairs 25, no. 4 (1947), pp 566–582.
8  W. Hitchcock, France, the Western Alliance, and the Origins of the Schuman Plan, 1948–1950, Diplomatic History 21, No.4, pp. 603-630.
9  G. Bouchard, «Europe in Search of Europeans: The Road of Identity and Myth», Jacques Delors Institute, Studies & Reports, n. 113, dicembre 2016, p. 28.
10  F. Fukuyama,  The end of History and the Last Man, New York 1992, Free Press.
11  Lettera di Lord Powell, consigliere per la politica estera della Thatcher a Stephen Wall, consigliere del ministro degli esteri Hurd. Londra, 1990. Reperibile su https://www.margaretthatcher.org/document/113883
12  G. Majone, Rethinking the Union of Europe Post-Crisis: Has Integration Gone Too Far? Cambridge 2014. Cambridge University Press.
13  F. Petroni, Il mito europeista in fuga dalla storia, Limes “Il Potere del Mito”, n. 2/2020, pp. 161-172.
14  R. Caruzzi, Rilke e le Elegie, postfazione a R.M. Rilke, Elegie Duinesi, Trieste 2013, Beit.
15  J. Mearsheimer, La grande illusione: perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, Roma 2019, Luiss University Press.
16  M. Weber, op. cit.
17  H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano 1967, Edizioni di Comunità.

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