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L’Unione Europea tra opportunità da cogliere e riflessione critica – Intervista all’On De Meo

Dopo il definitivo saluto del 31 Gennaio dei 73 eurodeputati britannici al Parlamento Europeo, 27 nuovi seggi sono stati redistribuiti tra i Paesi Membri dell’UE, mentre i 46 seggi vacanti sono stati “congelati” per eventuali nuovi paesi membri. Gli attuali membri dell’Europarlamento sono 705 a fronte dei 751 pre-Brexit. Questo evento, ha determinato nuovamente l’assetto dell’emiciclo, dopo le elezioni di Maggio 2019. 

L’Italia ha “guadagnato” 3 seggi, i quali sono stati attribuiti a: Sergio Berlato (FDI, ECR), Vincenzo Sofo (Lega, ID) e Salvatore De Meo (FI, PPE).

Settimana scorsa, AWARE ha avuto il piacere di incontrare l’On. De Meo con cui abbiamo discusso delle tematiche in auge a livello europeo come: Green Deal, Politiche di Coesione, Politica Agricola Comune e quant’altro. L’On. De Meo è membro effettivo della Commissione per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (AGRI) ed è sostituto nelle Commissioni IMCO ed ITRE, prima di approdare all’Europarlamento è stato il sindaco di Fondi per quasi dieci anni.

On. De Meo, queste prime settimane da Eurodeputato sono state dense di viaggi tra Bruxelles e Strasburgo. Iniziando dal suo insediamento al Parlamento Europeo, passando per la plenaria di Strasburgo dove si è discusso del Green Deal europeo ed avanzato proposte riguardo l’epidemia da coronavirus. Quali sono le sue sensazioni ed aspettative sulle attività del Parlamento Europeo?

Queste prime settimane sono state davvero intense, come era naturale che fosse, in quanto si viene inseriti in un meccanismo altamente articolato, il quale va compreso e governato. Altrimenti il rischio è di essere fagocitati da questo sistema che è una concentrazione di informazioni, temi, e dibattiti per i quali ognuno deve fare la propria selezione dandosi delle priorità. 

I primi giorni sono stati concitati sia per gli adempimenti procedurali e tecnici, sia per la vivacità dei dibattiti in corso. In modo particolare mi riferisco alla PAC e sullo stato dell’arte all’indomani della Brexit, di cui io stesso sono “figlio”. La mia intenzione è di recuperare il tempo “perso” da maggio al momento del mio insediamento, cosa che ho cercato di fare sin da subito in seduta Plenaria quando si è discusso della strategia “dalla Terra alla Tavola”. Questa è una delle iniziative con cui si vuole rilanciare la Politica Agricola, che per me è una di quelle politiche tradizionali fondamentali che hanno caratterizzato il processo di integrazione europeo. Nel primo step di attività al Parlamento Europeo sono stato protagonista di un’iniziativa del PPE su proposta di Forza Italia insieme al Presidente Tajani, in merito all’epidemia da Coronavirus, proponendo un presidio e coordinamento unitario tra gli Stati Membri dell’UE, evidenziando tra l’altro, il modus operandi dell’Italia  tramite controlli rigorosissimi, rispetto ad altri paesi dell’Unione stessa. Per questo il PPE, ha proposto la somministrazione di un questionario che dovrebbe essere compilato da tutti coloro che arrivano negli Stati Membri dell’Unione Europea al fine di tracciare il percorso dei viaggiatori ed eventuali contatti o soggiorni in Cina. Come vedete sono arrivato a Bruxelles in un momento in cui i dibattiti e le tematiche su cui discutere non mancano, mi riferisco anche alle recenti notizie che ci arrivano dal Consiglio Europeo sul Quadro Finanziario Pluriennale Europeo. 

Tenendo in considerazione quanto detto in precedenza, ovvero che si sente “figlio della Brexit”: quale è il suo punto di vista sullo “stato di salute” dell’Unione Europea dopo questo evento?

Se il progetto europeo all’indomani della Brexit vuole rilanciarsi deve rimettersi in discussione. Così come ho avuto modo di dire in passato, l’Europa deve ripartire dal basso: ripartire dai cittadini, dalle istituzioni locali, e dagli Stati Membri. Dobbiamo prendere atto che molto spesso abbiamo utilizzato l’Europa come un alibi per giustificare la mancanza di visioni politiche di lungo termine degli Stati Membri. Anche in Italia questo è accaduto, e continua a protrarsi in un momento in cui la campagna elettorale sembra essere continuamente aperta. Ad oggi durante questa fase di negoziazione della Brexit, l’Unione Europea, deve mantenere quella coesione necessaria per tutelare le medesime relazioni economiche con la Gran Bretagna in quanto è un player che non va sottovalutato. Allo stesso tempo, però, vanno tutelate le esigenze di milioni di cittadini europei ed italiani in GB e, come sottolineato dal PE al Capo-negoziatore Barnier, la rivendicazione dell’identità Europea. Questo significa che sarà difficile rivendicare una nostra identità senza penalizzare la Gran Bretagna senza penalizzarla troppo. Infatti, questo potrebbe dar adito a coloro i quali, anche in Italia, hanno immaginato che l’uscita della Gran Bretagna sarebbe stato l’inizio di un processo di disgregazione europeo. Oggi, probabilmente, anche quelle stesse forze politiche che immaginavano questo percorso hanno rivisitato le loro posizioni iniziali, occupando ruoli di opposizione e continuando a stimolare una riflessione critica. Inoltre, vorrei sottolineare che per quanto io sia convinto della grande opportunità rappresentata dal progetto europeo non si può non riconoscere che ci siano delle criticità che vanno affrontate. La stessa  Brexit, non è arrivata improvvisamente ma nasce da un malessere che probabilmente è stato sottovalutato. Bisogna spiegare, che l’UE è l’unica strada percorribile per restare competitivi all’interno dello scenario geopolitico internazionale, infatti siamo ancora in tempo affinché l’utilità del progetto europeo venga realmente percepita dai cittadini. Soprattutto in Italia, dove il progetto europeo viene particolarmente delegittimato, è come se ci sia un virus contro l’UE, usando una terminologia ad oggi familiare, che è diventato contagioso e da cui sarà difficile liberarsene se non si trova una cura adeguata.

In una recente dichiarazione, ha detto che le piacerebbe vedere il Comitato delle Regioni maggiormente coinvolto nel processo decisionale europeo. In base alla sua esperienza come sindaco e membro del CoR, come vede il rapporto tra le Istituzioni europee e gli enti locali? 

La mia dichiarazione nasce dall’aver vissuto in prima persona questo ruolo nei precedenti cinque anni, che coincide con il momento in cui ho conosciuto da vicino le istituzioni europee. Ho voluto sottolineare il ruolo del CoR, in quanto nasce con l’obiettivo di fare da cerniera tra le varie istituzioni, d’altronde è un’attività che noi amministratori locali ottemperiamo come coloro i quali lavorano e vivono in prossimità delle esigenze dei cittadini. Nei cinque anni appena trascorsi, ho notato che il CoR per quanto venga coinvolto nel processo decisorio in maniera preventiva, tramite i cosiddetti pareri, questi non siano stati opportunamente considerati all’interno del processo decisionale. Guardando all’architettura istituzionale dell’Europa possiamo capirne anche le ragioni. Infatti, vediamo come la Commissione Europea detiene il potere di iniziativa legislativa affiancata dai due co-legislatori: il Consiglio Europeo ed il Parlamento Europeo. L’attività del CoR viene affidata a quest’ultimo, il quale è la componente più debole tra i due co-decisori all’interno del processo legislativo, non fosse altro che in questo momento siamo 705 MEPs rispetto all’altro co-legislatore che vede dibattere 27 Capi di Stato. Questi ultimi probabilmente hanno una maggiore possibilità di dialogo, dunque sono facilitati nel trovare una maggioranza politica all’interno del Consiglio, rispetto al PE dove i meccanismi decisionali sono più articolati.

Ad oggi, le Politiche di Coesione  rappresentano circa un terzo del budget europeo. Per la programmazione 2021-27 la Commissione Europea ha previsto: regole più chiare, maggiore flessibilità ed un regolamento più snello rispetto al QFP 2014-20. Ritiene che questi accorgimenti siano sufficienti per superare i ritardi dovuti dalla complessa regolamentazione comunitaria nella spesa dei fondi europei? 

L’impianto normativo europeo va sicuramente snellito, ma è altrettanto necessario sintonizzare la frequenza tra gli Stati Membri e l’Unione Europea. In particolare, in Italia, dove le Regioni sono i soggetti che gestiscono le risorse dei Fondi Strutturali e negoziano la porzione dei propri finanziamenti. Le Regioni italiane, non sempre hanno saputo interpretare le esigenze delle rispettive comunità. Come ho avuto modo di dire in altre circostanze, è come se si fosse creato un imbuto in quanto la norma europea che è già di per sé complessa, nel passaggio nazionale è stata ulteriormente complicata piuttosto che semplificata. Tutto ciò necessiterebbe di un armonizzazione  su base europea, nazionale e regionale. 

I Fondi di Coesione sono uno strumento fondamentale per lo sviluppo dei territori, non è un caso che alcuni Stati Membri hanno utilizzato queste risorse in maniera straordinaria determinando lo sviluppo del loro territorio in maniera significativa. In tal senso faccio riferimento alla Spagna, che non ha caratteristiche molto diverse dalle nostre. La quale, ha investito nella formazione della classe dirigente, sapendo intercettare ed interpretare la normativa europea. Secondo il mio parere, in Italia siamo stati abituati ad un contributo “a pioggia” arrivato quasi per caso per via di affinità politiche. L’Europa, al contrario, pretende che il contributo debba essere ottenuto da chi ha un progetto credibile, che giustifichi l’investimento. Per fare un esempio, a Fondi abbiamo utilizzato un fondo strutturale POR-FESR con un asse urbano che permise a diverse città della Regione Lazio di riqualificare e rivitalizzare interi quartieri che avevano delle criticità, tramite una valutazione e dei parametri socio-economici, cosa che spesso appare assurda. Ciò che viene auspicato dall’Europa, infatti, è quello di avere interventi materiali o immateriali che abbiano una loro giustificazione. A riguardo, per il progetto “Sic et simpliciter, opera pubblica” ci siamo candidati spiegando che l’intervento avrebbe avuto una funzione socio-economica creando degli spazi di aggregazione e valorizzazioni economico-produttive del territorio.

Oltre a ciò, credo che come europarlamentari dobbiamo favorire il processo di interazione, informazione,  e formazione tramite “Sportelli Europa” ed incontri con gli imprenditori. Alle stesse imprese va spiegato di ragionare in maniera co-responsabile quando si parla di finanziamenti europei, investendo in un progetto dove l’impresa è anch’essa co-impegnata finanziariamente.

La Commissione AGRI di cui lei fa parte è attualmente impegnata su più fronti come: l’esposizione transitoria del mercato agricolo a causa della Brexit e le sfide che gli agricoltori dovranno fronteggiare con il Green Deal europeo.  Come ritiene che il Green Deal influenzerà le attività degli agricoltori? 

Innanzitutto vorrei sottolineare come spesso si è cercato di colpevolizzare gli agricoltori, cosa che è assolutamente sbagliata. Gli agricoltori  sono i primi che hanno a cuore le sorti dell’ambiente in cui vivono e producono. Il green deal è una grande sfida e gli agricoltori sono abituati alle sfide perché ogni giorno si confrontano con mille imprevisti. Green Deal significa anche riconvertire alcune forme di produzione, questo non può avvenire in maniera immediata, ma è necessario un procedimento graduale. Gli agricoltori vanno accompagnati in questo processo di transizione, e devono essere tutelati rispetto a quelli che potrebbero essere degli indiretti meccanismi di concorrenza sleale. Quindi ben vengano tutte le forme di sostenibilità, che sono convinto gli agricoltori sapranno sostenere, ma allo stesso tempo non possono essere imprigionati in delle regole che al di fuori dell’UE non vengono rispettate, a questo riguardo si veda il dibattito sui fitofarmaci. 

Il cosiddetto concetto del “Made in Italy” o delle “produzioni di qualità” della nostra agricoltura con il Green Deal potranno avere un ulteriore valore aggiunto. Il problema è capire come destinare le risorse agli agricoltori, in modo tale da permettere loro di arrivare gradualmente a questa riconversione tramite una fase di accompagnamento. Tra l’altro il cosiddetto regolamento di transizione su cui si sta discutendo in questi giorni prevede una fase intermedia di un anno o addirittura  due, dove la PAC rimane invariata rispetto al precedente settennio. Su questo ho il timore che si creino ulteriori disguidi perché il QFP è ormai definito, a maggior ragione con la proposta che si discute in queste ore. 

Dunque se iniziamo una determinata Politica Agricola Comune, e allo stesso tempo si da un determinato peso alle politiche del Green Deal, è fondamentale che all’interno dello stesso Green Deal vengano allocati dei fondi affinché gli agricoltori possano affrontare con successo questa sfida.

Il Consiglio straordinario sul bilancio europeo si è concluso senza un accordo, per via degli posizioni divergenti tra i Paesi Scandinavi cosiddetti “frugali” ed i paesi “amici della Coesione”. Il presidente Charles Michel prevedeva tagli alla politica di coesione per 7 miliardi e di 43 miliardi per la  PAC. Ritiene che si riuscirà ad arrivare ad un accordo meno drastico, dato che queste sono le politiche tradizionali dell’UE? Come dovrebbe comportarsi il governo italiano?

Nei giorni scorsi ho commentato questo momento di non-decisione, spero che l’Italia sappia esercitare un ruolo di mediazione trovando un equilibrio tra le parti. È evidente che la commissione UE voglia spingere su politiche diverse rispetto a quelle tradizionali, le quali hanno rappresentato e rappresentano una realtà imprescindibile per lo sviluppo dell’Unione. I cosiddetti Paesi frugali del Nord-Europa contestano le politiche tradizionali perché a loro avviso ne avrebbero beneficiato molto di più determinati Stati. Considerando lo stato attuale delle cose, da questi tagli l’Italia ne sarebbe addirittura avvantaggiata. Per il semplice motivo che il nostro PIL ha purtroppo una crescita molto bassa, di conseguenza per il principio della sussidiarietà noi saremmo quelli che beneficerebbero di più risorse. Non perché più bravi, ma in quanto siamo i più deboli economicamente, nella fattispecie le regioni del Centro-Sud. Il mio auspicio è che si trovi un equilibrio. Spero che l’Italia sappia far valere le proprie ragioni, perché dalle Politiche di Coesione e agricole il nostro Paese ha potuto svilupparsi e progredire specie nelle aree meno sviluppate. In tal senso il Presidente Conte dovrà essere molto bravo ad affermare e portare avanti una proposta credibile che metta insieme più Stati Membri che vedono nelle politiche tradizionali ancora un punto di riferimento, senza nulla togliere alle nuove politiche che vanno sperimentate. Infine, credo che si possano fare delle operazioni di riequilibrio, dove alcune voci saranno riposizionate in modo tale da poter coniugare esigenze differenti.

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