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Europa

Le lunghe notti del Consiglio Europeo

Se al termine delle novanta ore di negoziato non si è suonato il requiem aeternam al metodo comunitario, poco ci è mancato. L’esito del Consiglio Europeo, ancora prima di vedere nel dettaglio l’impegno economico finanziario deciso, ha re-evidenziato una grande verità, talvolta ai più molto scomoda: il sistema dell’Unione Europea è controllato dai singoli Stati nazionali. Se sul punto di diritto e dei trattati europei non vi è nulla da obbiettare sul ruolo del Consiglio Europeo come sede di decisione finale per il futuro unionale, sul punto del metodo e del merito politico le asimmetrie createsi nelle lunghe settimane preparatorie e di negoziato hanno dimostrato i veri rapporti di forza tra i Ventisette e le istituzioni europee.

All’alba di Nizza: il Consiglio Europeo quasi più lungo di sempre

L’ordine del giorno del Consiglio Europeo, che normalmente si riunisce quattro volte all’anno, ma in questo funesto 2020 si è già riunito molte più volte, era molto asciutto, ma era chiaro fin dai primi istanti che non sarebbe stato altrettanto agevole. La discussione verteva solamente sul Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027 e il Recovery Fund, ovvero il piano di sostegno alle economie europee duramente colpite dalla diffusione del coronavirus. Sul primo punto le resistenze erano già abbastanza strutturate tra paesi frugali, che miravano alla riduzione della contribuzione nazionale al bilancio europeo, e i paesi mediterranei, più coraggiosi in termini di ampiezza del budget. A queste difficoltà, a febbraio, si aggiungeva il problema derivante all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione e la conseguente scomparsa di una quota parte importante dalle voci di bilancio. A leggerla in questi termini sembra di vedere una situazione di epoche fa perché, nel mezzo delle discussioni, si è palesata la più importante pandemia della recente storia che ha trascinato le economie di molti paesi in uno stato di indigenza.

La divergenza di posizioni tra i Paesi membri è stata quindi esasperata dalla necessità di stanziare fondi per il rilancio dell’economia all’interno del prossimo QFP, senza però allargare il bacino di contribuzione da parte di ciascun Stato membro. Le figure cardini di questa trattativa sono stati quindi i capi di stato, o di governo, che dinnanzi allora avevano un duplice obiettivo: salvare l’economia europea, e l’eurozona, e non perdere credibilità dinanzi al proprio elettorato. Il trade-off tra queste due necessità ha portato ad un negoziato lunghissimo, quasi quanto il Consiglio Europeo di Nizza nel 2000 quando si discuteva di un tema altrettanto importante e fondamentale come l’allargamento.

Chi sono i veri vincitori?

Leggendo la stampa nazionale e internazionale sembrano usciti tutti vincitori, certamente aver portato a casa un compromesso dopo quattro giorni e quattro notti di trattative all’Europa Building può essere considerata una vittoria, ma molti sono i punti che generano interrogativi che si andranno a dipanare solamente negli anni prossimi. Ciò che certamente ha rappresentato un punto di svolta è l’impostazione del Recovery Fund: un fondo da 750 miliardi che permetterà alla Commissione Europea di mobilitare sul mercato le risorse necessarie alla ripartenza dell’economia europea. Questo fondo si compone di 390 miliardi di sussidi a fondo perduto, di cui 77,5 riservati al bilancio europeo, e 360 miliardi disponibili a prestito per gli Stati membri che ne faranno richiesta. Il tema delle condizionalità ed il rispetto di criteri di una spesa che possa definirsi efficiente sono rimasti centrali durante tutto il negoziato con il premier popolare olandese Mark Rutte, il più frugale tra i frugali, che si è dimostrato intransigente su questi temi per fronteggiare l’avanzata del leader populista sul piano interno.

Il compromesso definito tra i Ventisette vede, tra gli elementi di novità, l’istituzione di un “freno di emergenza” attivabile anche da un solo Stato membro per una verifica della qualità della spesa da parte di uno stato. Questo punto ha creato non poche discussioni tra chi lo vede come un “diritto di veto” sui fondi stanziati e chi lo ha interpretato come un’eccessiva possibilità di intromissione da parte di questi paesi. La realtà è che questo freno di emergenza non è altro che la facoltà di richiamare l’attenzione del Consiglio Europeo su situazioni che lo richiedono, ma sarà solamente la Commissione Europea, come definito dalle conclusioni del Consiglio, che avrà l’ultima parola in termini di esecuzione del bilancio. La Commissione, che ha avuto qualche difficoltà nel ritagliarsi il proprio spazio nel negoziato, avrà quindi l’onere di rilanciare l’economia europea stanziando questi fondi a favore dei piani di recupero che verranno presentati da ciascuno stato. Questi piani dovranno tenere necessariamente conto delle raccomandazioni elaborate proprio dalla Commissione nell’ambito del Semestre europeo. Un ruolo quindi fondamentale, ma mai come quello degli Stati che dovranno saper adottare delle politiche lungimiranti ed efficaci, questa volta più che mai.

L’ambiguità italiana

Il premier Conte è arrivato a Bruxelles dopo che nelle settimane precedenti le previsioni sui prossimi trimestri ci mettevano all’ultimo posto di tutta l’eurozona. L’obiettivo non era di certo andare ad elemosinare assistenza a quei paesi che tanto si erano dimostrati critici sulle potenzialità italiane, ma ciò che si chiedeva era la giusta attenzione per quella che rimane comunque una delle più importanti economie del nostro continente. Il successo italiano sta nel fatto che il nuovo bilancio pluriennale dovrebbe portare il nostro Paese a non essere più un contributore netto, ma a diventare un beneficiario netto. Ciò sarà possibile solamente se l’acume politico saprà sfruttare i 209 miliardi destinati all’Italia nell’ambito del Recovery Fund. La realtà è che per accedere a queste risorse il meccanismo sarà simile a quei tanto bistrattati fondi europei che il nostro Paese fatica a sfruttare efficacemente. Dal piano europeo passerà quindi tutto a quello nazionale e questa sarà la vera sfida per la nostra politica.   

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