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Usa-Cina, fino a dove può arrivare lo scontro commerciale

Da Oppo a Xiaomi, fino ad arrivare al colosso Huawei. Negli ultimi anni la tecnologia cinese ha visto spalancarsi le porte dell’occidente. Smartphone di alto livello, top di gamma paragonabili all’indiscusso Iphone, ma anche notebook convenienti sotto il punto di vista qualità-prezzo.

Google minaccia di interrompere la fornitura di software a Huawei

Che i rapporti commerciali tra Cina ed Usa non fossero dei migliori si sapeva già, e l’entrata in vigore dal 10 maggio dell’aumento delle tariffe doganali, deciso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ne è stata la conferma.

E’ di poche settimane fa la notizia che ha fatto sobbalzare il quartier generale di Huawei, sito in Shenzen, ma anche centinaia di migliaia di italiani, che ultimamente si sono affidati alla società cinese per le apparecchiature all’avanguardia. Google ha ufficializzato la decisione, imposta dal governo statunitense, di rimuovere la licenza Android per Huawei, annunciando lo stop del supporto alle applicazioni proprietarie, così come degli aggiornamenti rilasciati. Il ban riguarda anche il marchio Honor, in quanto di proprietà Huawei.

Usa preoccupata dall’intelligence cinese

Trump ha deciso di privare a Huawei, e ad altri brand cinesi, la fornitura di infrastrutture e componenti legati al 5G sul territorio statunitense. Uno dei motivi che ha portato alla drastica decisione è la preoccupazione da parte degli  Stati Uniti nei confronti delle compagnie cinesi presenti all’estero, che attraverso la nuova tecnologia, potrebbero svolgere attività di spionaggio. Ad intensificare le apprensioni degli USA è stata la sottoscrizione di una legge approvata nel 2017, nel paese del sol levante, che stabilisce che le organizzazioni e i cittadini cinesi devono “sostenere, cooperare e collaborare nel lavoro di intelligence nazionale“.  Preoccupazioni sorte anche nel nostro paese, che hanno portato all’esclusione del 5G dal memorandum of understanding.

Per la fine del mese è previsto un incontro tra i due capi di stato, ed il presidente statunitense ha affermato  che nel caso in cui il presidente Xi Jinping dovesse essere assente al G20, che si terrà il prossimo 28-29 Giugno, ci sarà un aumento delle imposte su 300 miliardi di beni cinesi che potrebbe superare il 25% e che, in caso di mancato accordo, potrebbe essere esteso alla totalità delle importazioni dalla Cina.

Le terre rare, tra Cina e resto del mondo

La Cina potrebbe usare a suo favore il quasi-monopolio sulle terre rare.

Xi Jinping ha già ispezionato una fabbrica di lavorazione nel Guangxi, nel sud del paese. La maggior parte dei giacimenti si trovano nella Mongolia interna, e si parla dei siti di estrazione delle terre rare più grandi al mondo, che sono essenziali per lo sviluppo dei microchip, utili anche al progresso delle nuove tecnologie.

Da Pechino arrivano le minacce nei confronti di Washington, sulla possibilità che la Repubblica Popolare tagli l’export dei metalli hi-tech ai clienti americani. Questo ha messo in moto la “macchina” statunitense, che ora è alla ricerca di terre rare al di fuori della Cina, per soddisfare il proprio fabbisogno: a seguito di questo, il mercato potrebbe subire grandi modifiche, portando a rincari e difficoltà di approvvigionamento per le terre rare più scarse o ricercate.

Sembra che il Pentagono abbia già avviato contatti con siti minerari in diverse aree del mondo, specialmente in Africa dove però, da quasi 20 anni, è presente il governo cinese, il quale  ha investito miliardi di dollari e non programma di smettere. Anche il gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei a giugno, ha siglato un accordo con l’Unione Africana per lo sviluppo di sinergie nei settori ad alta tecnologia, a partire dalla rete 5G. Inoltre la China Railway Construction Corporation investirà 250 milioni di dollari nell’interporto (un’unica organizzazione di alcune delle numerose realtà nel settore del trasporto delle merci) di Ibadan in Nigeria. Gli Stati Uniti dovranno scartare l’Africa come opportunità, o riusciranno a trovare accordi vantaggiosi?

La mossa di Huawei

Intanto la società di Shenzen, dal canto suo,  ha ipotizzato un piano B: continuano incessantemente la registrazione di brevetti, in Europa e non, del nuovo sistema operativo interamente made in china, esteso non solo a smartphone, ma anche notebook, smartwatch e tablet.

Hongmen OS, questo dovrebbe essere il nome del nuovo processore che sostituirà Android, in quanto la scadenza della licenza con Google, è fissata per il 19 di Agosto. Alcune indiscrezioni trapelano dalla Cina: sembra che aziende come Oppo e Xiaomi stiano testando questo nuovo progetto. Le due aziende cinesi temono le decisioni del presidente Trump, che potrebbe replicare l’operato effettuato ai danni di Huawei, e crearle problemi all’interno del mercato statunitense.

Arrivati a questo punto, quanto saranno pesanti le conseguenze in caso di decisione definitiva del ban? Se quest’ultimo non rientrerà, il nuovo sistema operativo dovrebbe entrare in funzione, con perplessità di molti, già dalla fine di settembre: ad inaugurarlo sarà il nuovo smartphone Mate 30.

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