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Le tre sfide che l’Europa dovrà affrontare negli anni ‘20

All’alba del 2020 l’Unione Europea si dichiara pronta, forte di rinnovate istituzioni, ad affrontare le sfide nate nel decennio appena concluso, caratterizzato da innumerevoli difficoltà ma anche da importanti vittorie. Ne risulta quindi un bilancio sì sufficiente, ma che può e deve essere migliorato nei prossimi dieci anni. Sono tre le principali sfide che l’Europa dovrà affrontare per sconfiggere i sentimenti antieuropeisti nati negli anni 10 di questo secolo e affermarsi definitivamente sulla scena politica internazionale. 

Climate Change

L’opinione pubblica è una realtà estremamente anomala: decenni di dibattito scientifico tra studiosi non sono riusciti a sensibilizzarla in merito ad un problema serio e reale come quello degli effetti del cambiamento climatico sul nostro ecosistema. A Greta Thunberg, giovane donna di 16 anni che non necessita di presentazioni, è bastato meno di un anno per diffondere un sentimento ambientalista nelle menti di tanti ex-indifferenti riguardo la crisi climatica che la nostra società da tempo affronta. 

Greta si è rivolta a Parlamenti e Capi di Stato, identificando in particolare questi ultimi come responsabili delle mancate azioni nei confronti del cambiamento climatico. Ritengo, a tal proposito, che la “Person Of The Year” (secondo il TIME) abbia sbagliato bersaglio contro cui puntare il dito: il cambiamento climatico non può e non deve essere considerato colpa di grandi scelte dei pochi ma piuttosto di tante e piccole scelte quotidiane di noi tutti; basti pensare alle polemiche esplose nei confronti dell’ex Premier Matteo Renzi per le buste (ormai  dimenticate) del supermercato da 2 centesimi.

Tuttavia, Greta è riuscita a sensibilizzare ulteriormente la classe dirigente europea, da sempre più attenta all’argomento rispetto ai colleghi degli stati membri, in merito all’importanza di adottare azioni concrete quanto prima. Così la neo-eletta Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen inizia il suo mandato con un ambizioso progetto fulcro: un Green New Deal Europeo. L’obiettivo di questo strumento è quello di rendere l’Europa “la prima economia ad impatto zero entro il 2050” tramite misure che incentivino cittadini ed aziende ad una “green transition”. Nonostante niente possa realmente essere considerato ad “impatto zero”, la prima sfida per l’Unione Europea per il prossimo decennio è quella di far proprio il concetto di sviluppo sostenibile nell’adozione di ogni strumento di policy e di agire lì dove la comunità scientifica suggerisce di intervenire da tempo. 

Economia

La decade appena conclusasi, nonostante le crisi di debito sovrano che hanno colpito principalmente i paesi del sud Europa, ha dimostrato che l’Unione Europea ha sviluppato nel corso degli anni forza e rigidità istituzionali tali da renderla in grado di affrontare importanti shock. Il progetto europeo è stato piegato da numerosi eventi politici ed economici negli ultimi dieci anni ma, fortunatamente, senza rompersi.

Tuttavia, la resistenza agli urti dimostrata dalle istituzioni europee non può far dormire sonni tranquilli alla classe politica di Bruxelles. Negli ultimi anni infatti sono diventate evidenti le lacune da colmare nel progetto di Unione Economica e Monetaria: una struttura dalle curate rifiniture ma con fondamenta deboli. Rendere queste fondamenta più solide è la seconda sfida che l’UE dovrà affrontare nei prossimi dieci anni, intervenendo principalmente in due aree: il sistema bancario e le politiche fiscali. 

L’Unione Bancaria, della quale vi abbiamo parlato qualche settimana fa, risulta essenziale per proteggere i cittadini da nuove ed eventuali crisi finanziarie (come quella del 2008-2009) ed affiancare alla moneta unica un sistema comune di istituti di credito altrettanto coeso. 

La scarsa armonizzazione delle politiche fiscali dei paesi membri, specialmente quelli che hanno adottato la moneta unica, invece rischia di lasciare ancora sepolti gli ulteriori benefici dell’unione monetaria e ben esposti i punti deboli. Quando si definisce “zoppa” l’Unione Economica e Monetaria ci si riferisce ad uno scarso coordinamento tra paesi che risulta in diverse e spesso incompatibili politiche fiscali: alcuni paesi (come la Germania e l’Olanda), infatti, chiudono puntualmente i bilanci pubblici in attivo, mentre paesi come l’Italia e la Francia non riescono a far fronte alle proprie spese senza ricorrere a deficit. I moniti nei confronti dei paesi che rientrano nella seconda categoria sono ben noti, più rari invece quelli per i paesi del primo gruppo.

La neo eletta Presidente della Banca Centrale Europea si è esposta in tal senso invitando Germania e Olanda a sfruttare lo spazio fiscale a loro disposizione per il beneficio dell’intera Unione, ma le risposte degli esecutivi guidati da Angela Merkel e Mark Rutte sono state negative. In primo luogo, non esistono disposizioni nei trattati che vincolino i paesi ad investire di più in casi di surplus, mentre esistono invece obblighi costituzionali in questi paesi che vietano ai governi di spendere in deficit. 

In secondo luogo, non tutti gli economisti convengono sui possibili benefici che maggiori investimenti da parte di questi paesi apporterebbero all’economia europea. Per quanto concerne l’Unione Bancaria, il nuovo decennio si è concluso con l’importante fallimento della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Il sistema economico prevede un proprio modello di tettonica a placche: impercettibili ma costanti spostamenti di queste placche possono risultare in dannosi terremoti. Molti accademici suggeriscono che vi siano impercettibili ma costanti segnali dell’alba di una nuova crisi, e una delle principali sfide per il vecchio continente per i prossimi dieci è quella di non farsi cogliere alla sprovvista.

Ordine Post Brexit 

Le ultime elezioni britanniche hanno diffuso, per la prima volta dal referendum del 2016, lungo tutto il continente il sentore che la Brexit diventerà presto realtà. Considerando le ormai quasi nulle probabilità di un ripensamento britannico, ai leader europei non rimane che pensare su che Unione si voglia costruire all’indomani della fuoriuscita del Regno Unito. Il futuro di un Europa a 27 può infatti essere un’opportunità per compiere quei passi avanti nel processo di integrazione che Londra ha sempre ostacolato.Il nuovo responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ha affermato che l’Unione Europea deve “imparare il linguaggio del potere” e il confronto con la Gran Bretagna sarà il primo banco di prova per testare se l’Europa abbia effettivamente compiuto questo ulteriore passo in avanti. Con Boris Johnson non si tratterà di una leggera seduta di sparring, ma piuttosto di un vero e proprio incontro da 12 round. Tuttavia, una dimostrazione di forza nei confronti del premier britannico è la prima sfida che il vecchio continente dovrà affrontare in questi anni venti e che non può permettersi di perdere. Le possibili conseguenze di un accordo troppo concessivo nei confronti del governo di Westminster potrebbero stabilire uno sconveniente precedente per Bruxelles che rischierebbe di indebolire ulteriormente la sua armatura istituzionale. 

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