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Il futuro dell’Italia dipende dalla demografia: dai costi economico-geopolitici alle possibili soluzioni

Dalla demografia dipende il nostro futuro

Nel solo 2019 l’Italia ha “perso” 189 mila cittadini: durante l’ultimo anno le nascite hanno infatti registrato un -4,5% rispetto all’anno precedente, certificando gli ultimi dodici mesi come record negativo dai tempi dell’Unità. Questi dati rappresentano “l’inverno demografico” italiano, un trend negativo evidenziatosi a partire dal 2015, che il coronavirus non potrà che accentuare, se è vero che ogni punto di disoccupazione in più comporta una media di 1.500 nati in meno, come affermato dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo. 

Dalla demografia dipende il nostro futuro, non solo economico ma anche geopolitico. Un Paese vecchio e sottopopolato produce meno e tende a ritirarsi dal ring della competizione internazionale. Parlare di destino dell’Italia, dei giovani, della scuola e del piano di aiuti  europeo senza trattare la questione demografica sarebbe come (ri)costruire una casa partendo dal tetto. Questa analisi invece intende ristabilire l’ordine logico, soffermandosi sulle fondamenta, con l’auspicio che un vero dibattito nazionale sulla questione demografica emerga presto. 

Meno non è meglio

Snoccioliamo alcuni dati da tenere ben presenti: 1) dal 2015 ad oggi abbiamo perso circa 551 mila residenti; 2) secondo l’Istat l’Italia perderà 6,5 milioni di residenti da qui al 2065; 3) nelle previsioni di Eurostat il bilancio è ancora più negativo, con una perdita di 9,5 milioni di residenti nello stesso arco temporale; 4) il 2018 ha segnato per la prima volta il sorpasso degli over 60 (28,7%) sugli under 30 (28,4%) nella popolazione italiana; 5) il tasso di fecondità in Italia è di 1,3 figli per donna, nel 1964 era di 2,7 – quando la soglia di ricambio si attesta a 2,1. 

Queste statistiche basterebbero per accendere più di un campanello d’allarme sulla situazione demografica italiana; tuttavia continua a circolare la tesi surreale secondo cui “meno è meglio”. Si tende superficialmente a credere che un Paese con meno abitanti viva meglio, perché consuma meno risorse e meno spazio, evitando inurbamenti caotici o improprie cementificazioni. I suddetti sostenitori di questa forma di “decrescita felice” ignorano i pesantissimi costi economici, sociali e geopolitici del declino demografico, che tratteremo di seguito.

I costi sociali ed economici

I costi sociali riguardano la natura statica che una società di anziani assume, permeata da un conservatorismo radicale, incapace di rinnovarsi e di cogliere le opportunità che il futuro ha da offrire. Un Paese vecchio è un Paese fossilizzato sul passato o appiattito sul presente, certamente non rivolto ad un domani estraneo al proprio orizzonte di vita. Com’è possibile che l’Italia colga opportunità di sviluppo nel campo dei Big Data, dell’intelligenza artificiale, del machine learning o della robotica se continua ad invecchiare così rapidamente? 

I costi economici sono dovuti alla sempre più ridotta fetta di popolazione che lavora in rapporto a quella che non lavora. Si vive più a lungo, quindi il numero di anziani aumenta rispetto a quello delle nascite, facendo così impennare i costi per la sanità e le pensioni e rendendo de facto insostenibile il nostro welfare. Se la maggior parte degli italiani non lavorano, la ricchezza chi la produce? Secondo alcune stime un calo di residenti pari a quello previsto dall’Istat (-6,5 milioni nel 2065) comporterebbe una riduzione del PIL sia in termini assoluti che pro capite del 30%. Un  paper della Banca d’Italia rivela che, anche immaginando un tasso di occupazione degli stranieri pari a quello degli italiani, il calo del PIL  nel 2061 sarebbe di 25,3 punti percentuali in termini assoluti e di 17,2 a livello pro capite[1].

Il 2061 e il 2065 potrebbero apparire lontanissimi a molti lettori, ma così non è: il 2065 è oggi. Infatti, una contrazione del PIL di tale portata renderebbe, tra le altre cose, non più sostenibile il nostro debito pubblico. Dunque, se un investitore sa che il nostro debito non sarà sostenibile in futuro, perché dovrebbe accordarci fiducia oggi? Le aspettative contano eccome in economia, e le nostre sono tragiche. 

Lo stretto legame tra demografia e geopolitica

I costi geopolitici del declino demografico vengono spesso sottovalutati, ma sono cruciali e cogenti per un Paese come il nostro. La demografia è materia per eccellenza dell’analisi geopolitica, focalizzata per definizione sugli elementi strutturali e di lungo periodo. Una collettività anziana ha inevitabilmente un diverso modo di stare al mondo rispetto ad una controparte giovane: paesi con una età mediana elevata tendono a prediligere il benessere economico al prestigio internazionale, ripudiano la “conflittualità” e si affezionano allo status quo, rinunciando alle imprese massimaliste tipiche dei grandi soggetti geopolitici. A conferma di ciò, le grandi potenze mondiali hanno generalmente una età mediana molto bassa (sotto i 40 anni): basti pensare per esempio agli Stati Uniti, alla Cina, alla Russia, all’Iran o alla Turchia. Nelle parole di Paolo Peluffo, consigliere della Corte dei Conti e segretario generale del Cnel: “ Che ruolo geopolitico avrebbe l’Italia con una popolazione inferiore della metà a Germania, Francia e Regno Unito? E che venisse superata dalla Spagna? Non solo il G7, anche il G20 potrebbe diventare un miraggio”[2]. Per i lettori più europeisti e meno avvezzi al ragionamento geopolitico, si rifletta sul fatto che un Paese demograficamente più piccolo contribuisce meno al bilancio europeo, dunque ha meno voce in capitolo su dossier chiave. 

Che fare?

Che fare dunque? Trovare una soluzione al problema demografico è molto complesso poiché richiede uno sforzo sinergico di lungo periodo da parte di tutti gli schieramenti che compongono il quadro politico. Le politiche demografiche non possono, infatti, essere vittima della volatilità istituzionale che caratterizza il nostro Paese. 

Delle possibili ricette per uscire da questo “inverno” e vedere la primavera  demografica sono le seguenti: 1) un aumento costante della produttività; 2) la crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro; 3) l’aumento della vita  lavorativa; 4) il miglioramento del capitale umano attraverso un aumento generalizzato dei livelli di studio e formazione; 5) la riduzione del costo dell’allevamento dei figli; 6) una attenuazione del ritardo che accumulano i giovani italiani ad uscire di casa e conseguire l’autonomia; 7) un governo ed una gestione di flussi  migratori che fungono da fattore di  compensazione del declino demografico nel breve-medio periodo. 

Secondo lo studio della Banca d’Italia menzionato in precedenza, se si riuscisse a garantire un tasso di partecipazione al lavoro di almeno il 60% per le donne e del 70% per gli uomini, la contrazione del PIL pro capite si ridurrebbe dal -16,2% al -2,9%. Ancor più sbalorditivo, se la forza lavoro italiana convergesse sui livelli tedeschi in  termini di  formazione, il divario pro-capite verrebbe annullato. 

Un bambino nato in più oggi si traduce in un giovane in più nel mercato del lavoro tra 25 anni. Ecco perché è necessaria una visione unificante e condivisa da parte dei decision-makers politici per affrontare efficacemente la questione demografica. Urge ragionare in termini di generazioni, non di anni o di governi. Le politiche demografiche vanno considerate come parte fondamentale e integrante delle politiche di crescita e sviluppo del Paese. Ne siamo consapevoli, è uno sforzo immane, ma da esso dipende il futuro dell’Italia, della  sua economia e società, nonché del suo status internazionale. Rassegnarsi a morire non può essere la soluzione. 


Bibliografia:

1. F. Barbiellini Amidei, M. Gomellini, P. Piselli, «Il contributo della demografia alla crescita economica: duecento anni di storia italiana», Banca d’Italia, marzo 2018, n. 431, https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2018-0431/QEF_431_18.pdf
2. https://www.limesonline.com/cartaceo/un-vincolo-interno-per-il-vincolo-esterno

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