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Il gigante paralizzato nello shutdown più lungo della storia

Superati i 21 giorni dell’era Clinton, i 35 giorni più tormentati della presidenza Trump.

Lo shutdown è una procedura prevista dall’Antideficiency Act, atto che sancisce la procedura d’avviamento dello shutdown stesso; essa rifiuta un contratto che non è interamente finanziato, obbligando di fatto il governo a bloccare tutte le attività amministrative fino all’approvazione di un rifinanziamento da parte del Congresso. Esso si verifica, quindi, nel momento in cui non si trova un accordo sull’approvazione dei finanziamenti da assegnare ai vari dipartimenti, sottraendo così fondi per le spese al Governo federale.

Nella storia americana ci sono stati altri esempi di tale procedura e anche nell’ultimo anno in realtà si sono verificati tre shutdown, ma sicuramente si può dire che quello concluso il 25 gennaio scorso è stato il più lungo della storia: si è andati, infatti, ben oltre i 21 giorni della presidenza Clinton nel 1995-1996.

La causa scatenante è stata la proposta di costruire un muro al confine con il Messico; Trump, che aveva fatto del muro uno dei motivi portanti della sua campagna elettorale, voleva includere nella legge per i finanziamenti alle attività federali 5,7 miliardi di dollari da usare per la costruzione di questa barriera. I democratici, guidati dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi, si sono sempre opposti e hanno offerto diverse soluzioni, tutte rifiutate, tra cui un finanziamento fino a 2,7 miliardi di dollari per la sicurezza del confine, ma non un dollaro in più per la grande barriera.

I democratici, a questo punto, non devono far altro che aspettare che Trump continui in un’inutile guerra senza nemico che lo porti fino all’ipotesi estrema di dichiarare lo “stato di emergenza nazionale”. L’intenzione di Trump, dopo aver annunciato ufficialmente la fine dello shutdown lo scorso 25 gennaio, è innanzitutto quella di evitare un nuovo blocco delle attività del governo federale che porterebbe inevitabilmente ad un ulteriore calo della sua popolarità da un lato, e dall’altro viceversa un consolidamento della posizione dei democratici, i quali si sono fatti trovare compatti in questo “tira e molla” con il presidente portando ad un conseguente aumento di consensi nei loro confronti, prova che la strategia adottata sta funzionando.

L’intera nazione sa benissimo che non sussistono gli elementi per dichiarare lo stato di emergenza, sa che gli immigrati continuano a scendere di numero da anni ormai, sa che i crimini commessi dagli irregolari sono in netta discesa e sa infine che circa più del 50% della droga non passa dal Rio Grande, ma arriva dal Nord tramite container, piccoli monomotori, aerei di linea e tir.

Nel frattempo, l’agenzia per la valutazione del credito e dei servizi finanziari Standard & Poor’s ha fatto sapere che la chiusura delle attività di governo è costata 3,6 miliardi di dollari e che, secondo gli statisti, si arriverà ai 6 miliardi, ovvero più di quanto lo stesso Trump pretenderebbe per la costruzione del muro.

Non c’è da meravigliarsi se tra gli 800 mila lavoratori federali rimasti senza stipendio è cresciuto e continui a crescere il malcontento; molti postano sui social le foto delle buste paga con cifra 0, altri manifestano per le vie delle città e i sindacati denunciano il governo per violazione delle leggi sul lavoro.

Lentamente le varie attività riprendono dopo gli enormi disagi negli aeroporti principali, dopo la chiusura dei musei che ricevono i fondi federali e i parchi nazionali che avevano già sospeso la raccolta dei rifiuti e la regolare manutenzione. La Food and Drug Administration stessa aveva sospeso la maggior parte dei controlli interni sugli alimenti venduti nei negozi e nei supermercati.

In questo scenario il rischio di una recessione economica è schizzato ai massimi livelli. Secondo gli statisti c’è circa il 25% di probabilità di una recessione nei prossimi 12 mesi per una delle prime potenze mondiali. Sempre secondo degli studi statistici questo blocco parziale del governo impatterà negativamente sulla crescita del Pil nel primo trimestre ma anche sull’occupazione che segnerebbe il primo calo per il mercato da settembre 2010 dopo ben 99 mesi consecutivi di crescita.

Il presidente Trump tornerà a chiedere nuovi finanziamenti per la costruzione del muro sul confine Usa-Messico all’interno della legge di bilancio 2020 e questo non potrà che alimentare di nuovo lo scontro con i democratici.

Ciò che realmente preoccupa il popolo statunitense è che questa situazione di stallo possa prolungarsi senza trovare una possibile soluzione, poiché proprio il presidente Trump ha fatto di questo muro il totem irrinunciabile della propria presidenza, totem che si è rivelato una trappola retorica ed elettorale dalla quale è difficile uscire.

#shutdown #trump #muro #messico-USA

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