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Non è un paese per onesti? Storia di un whistleblower italiano

Da pochi giorni l’Unione europea si è dotata di una direttiva sul whistleblowing (clicca qui per leggere la direttiva 2019\1937) con lo scopo di creare un diritto minimo comune volto a tutelare un elevato livello di protezione delle persone che segnalano violazioni del diritto dell’Unione. Con la legge 179\2017 (link) l’Italia aveva anticipato il legislatore europeo, prevedendo una serie di misure a protezione dell’identità di chi denunciava il reato e a tutela dalle ripercussioni subite sul posto di lavoro. Pur con le sue criticità, (una su tutte quella di non essere previsto per tutti i lavoratori ma solo per i dipendenti pubblici e di alcune categorie di lavoratori privati dipendenti di società che adottano i modelli di compliance 231), alla legge italiana va comunque riconosciuto il merito di aver ottenuto un aumento delle denunce e di aver sfatato l’insopportabile tabù dell’omertà nella pubblica amministrazione. Niente di tutto questo sarebbe stato però possibile senza le straordinarie campagne di advocacy portate avanti da membri della società civile ed associazioni quali “Riparte il Futuro” o “The good Lobby”. Queste associazioni ci hanno dimostrato come l’impegno di un gruppo di persone o di un singolo individuo può cambiare radicalmente la società in cui viviamo e renderla più giusta. L’articolo di oggi non vuole quindi solo informare su cosa è il whistleblowing, ma dare un messaggio di speranza ad ognuno di noi, messaggio che nessuno meglio di Andrea Franzoso poteva aiutarmi a trasmettere, lui che da cittadino, prima che whistleblower, con la sua denuncia verso il presidente di Ferrovie Nord, è diventato il volto italiano della lotta alla corruzione.

 Nel tuo libro hai ben raccontato come è cambiata la tua quotidianità dopo la denuncia. Hai mai pensato di ritirarla? Cosa ti consigliavano le persone a te vicine?

I miei genitori hanno saputo della denuncia a cose fatte, quando la notizia dell’inchiesta finì sui giornali. Si sono presi un bello spavento, poveri. L’hanno presa davvero male. Papà mi disse: «Piglia su le tue cose e vattene via. Va’ in Inghilterra, in Canada, va’ dove cavolo ti pare ma non restare qui: l’Italia è il paese dei furbi, se vuoi vivere onestamente, qui, hai vita dura». Si sentiva in colpa per avermi trasmesso dei valori che, ai suoi occhi, mi rendevano debole e indifeso, ai margini di una società che va al rovescio. Oggi le cose sono cambiate e i miei genitori fieri di me. Gli amici – quelli veri – mi sono stati vicino, al contrario di tanti colleghi che mi sostenevano a parole o di nascosto. La scelta di denunciare il mio capo, mettendoci la faccia e firmando l’esposto con nome e cognome, l’ho pagata a caro prezzo: sono stato esautorato dei miei compiti, trasferito ad altro incarico, ho perso il lavoro. Sono rimasto disoccupato per 453 giorni: in tutto questo tempo non ho fatto manco un colloquio di lavoro e persino una società di recruiting non mi ha saputo aiutare.Tuttavia, il bilancio è in attivo: le conseguenze positive sono più di quelle negative. Ho conosciuto persone che mi hanno sostenuto quando non avevo niente da offrire, mi si sono aperte prospettive inimmaginabili: ho fatto anche l’autore televisivo, ho scritto un libro e poi un altro, un terzo è in cantiere… Insomma, mi sono reinventato, e quello che ieri era soltanto un hobby – la scrittura – oggi è diventato un “lavoro”. Non mi sono mai pentito di ciò che ho fatto. Lo rifarei mille volte.

Quale prezzo deve pagare un whistleblower in Italia per mantenere la sua integrità morale?   L’onestà è un valore alla portata di tutti o possono permetterselo solo le classi più agiate?

Chiunque voglia conservare la propria dignità e libertà paga un prezzo. Ciò vale anche per i whistleblower: c’è un prezzo da pagare se non si vuole avere un prezzo. Certo, di norma si trovano mille pretesti per giustificare la propria ignavia: tengo famiglia, ho il mutuo da pagare, non me lo posso permettere, non è compito mio… Balle. Per prima cosa, dovremmo essere onesti con noi stessi. Certo, chi ha la responsabilità di una famiglia ha maggiori condizionamenti rispetto ad un single, ma non tali da impedire di fare ciò che è giusto. La virtù, spiegava Aristotele, è eccellenza nel fare le cose. Onestà significa semplicemente fare il proprio dovere, fare bene il proprio lavoro. Dunque è alla portata di tutti.

Come giudichi chi non ha denunciato?

 Non voglio giudicarli, ma non posso nascondere che mi spiace per loro: credo che chi non si sente libero di scegliere secondo coscienza non sia una persona felice. Perciò, non voglio aggiungere un peso a quello che già portano. Alcuni non hanno denunciato semplicemente per opportunismo, paura o conformismo.

Presentando il tuo libro in Senato Raffaele Cantone ha affermato: beato il paese che non ha bisogno di leggi e di eroi, l’Italia ha bisogno di entrambi. Credi che aver disciplinato il whistleblowing sia sufficiente a risolvere il problema?

Una legge non è sufficiente, ma è un primo passo. Occorre un cambio di mentalità. La corruzione è soprattutto un problema culturale. La nostra lingua ce ne dà la prova. Non esiste in italiano un termine semanticamente equivalente all’inglese whistleblower (soffiatore di fischietto), e i vocaboli usati hanno tutti accezione negativa: spia, delatore, talpa, gola profonda, traditore, infame… Qualcosa vorrà pur dire, no? La lingua riflette la comunità dei parlanti, e se manca una parola significa che manca l’idea, significa che una certa condotta è insignificante… Però in italiano esiste la parola omertà, che non c’è in alcun’altra lingua. Esiste una relazione biunivoca tra corruzione e livello culturale di una popolazione: i paesi meno istruiti, e quelli che leggono di meno, sono anche i più corrotti e quelli in cui i diritti civili o la parità di genere sono meno garantiti. Secondo l’ISTAT, soltanto il 41% degli Italiani legge almeno un libro all’anno. L’Italia, poi, si caratterizza anche per una spiccata propensione verso il familismo amorale, il nepotismo e favoritismi di ogni tipo. Ma il vero guaio è la rassegnazione, il pensiero che “tanto le cose non cambiano”, “tanto non serve a niente” … In Ultimo Diario, Corrado Alvaro scrisse che “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è pensare che vivere rettamente sia inutile”. 

Non a caso portare la tua testimonianza nelle scuole è una delle attività a cui dedichi più tempo. Come reagiscono i ragazzi alla tua storia? In che modo riesci a normalizzare l’eroe?

Quando la corruzione arriva nelle aule di tribunale il danno è già fatto, la malattia è conclamata. Di leggi poi ne abbiamo sin troppe: Corruptissima re publica plurimae leges, diceva Tacito. La corruzione si combatte fra i banchi di scuola. I giovani ci stanno dando una grande lezione, lo abbiamo visto recentemente anche sui temi ambientali. Sono stato in tantissime scuole, dalla primaria alle superiori, all’università. I più attenti e sensibili sono i bambini. Mi fanno un sacco di domande, sono entusiasti, sanno distinguere ciò che è bene e ciò che è male. Via via che cresce l’età, ahimè, cresce anche il disincanto. È importante tornare a insegnare l’educazione civica, i giovani hanno bisogno di esempi buoni, autentici. Di testimoni, più che di maestri. Il fine della scuola dovrebbe essere quello di formare persone istruite, libere e responsabili e, in secondo luogo, fornire le competenze per trovare un lavoro. Prima del manager, del medico, dell’insegnante, dell’ingegnere… dev’esserci l’uomo. La corsa al successo e alla carriera ci fa perdere il senso e il gusto della vita.

Eppure, tanti whistleblower continuano a vivere grandi difficoltà dopo la denuncia, rendendoli così vittime dei loro valori. Secondo te in Italia chi denuncia è considerato un eroe o un martire?

La maggior parte dei whistleblower fa fatica a reinserirsi in un’altra attività lavorativa, alcuni soffrono di depressione, la società spesso li abbandona. Non amo la parola eroe perché mi sembra che implichi disimpegno: quando diciamo “quella persona è un eroe” sotto sotto le attribuiamo qualità che riteniamo di non possedere, e ciò può fornirci un alibi per non fare ciò che dovremmo.

In che modo lo Stato potrebbe aiutarli ad uscire da questa emarginazione?

Per esempio, creando un fondo di ristoro, per sostenere le spese legali e mediche – molti whistleblower cadono in depressione e necessitano di cure e sostegno psicologico – e per tutelarli in caso di perdita del lavoro. Inserirei i whistleblower tra le “categorie protette”, per agevolare il loro inserimento in una nuova attività lavorativa.

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