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L’articolo IX della Costituzione giapponese: freno e motore dello sviluppo nipponico

Sulle rive del fiume Ōta e sulle sponde della baia di Nagasaki, ancora oggi non si fatica a sentire riecheggiare il fragore dello scoppio delle bombe atomiche sganciate dall’aviazione statunitense nell’agosto del 1945. La memoria giapponese è fortemente dominata dall’epilogo del secondo conflitto mondiale, ma è nella sfera politica, tanto domestica quanto estera, che il riflesso si fa più cogente. L’indiscutibile vittoria degli Alleati concesse loro la possibilità di dettare le condizioni della resa nei paesi sconfitti ed in particolare di stabilire il futuro immediato nei territori occupati.

L’Impero giapponese rappresentava al tempo uno dei più solidi sistemi istituzionali dell’Oriente e la figura mistica dell’Imperatore incarnava in sé il potere temporale e spirituale e pertanto di guida incontestabile per la popolazione nipponica. La decisione di non colpire direttamente la capitale Tokyo, ma due città simbolo della potenza militare giapponese andava nella direzione di salvaguardare l’istituzione imperiale e parte della classe politica giapponese. Il lavoro del Comandante Supremo delle Forze Alleate Douglas MacArthur coinvolse numerose figure di spicco della burocrazia giapponese e propense per la via dell’emendamento alla Costituzione Meiji del 1889 come forma di ratifica al fine di rendere il più “giapponese” possibile il testo.

Il rapido ripensamento della difesa giapponese

L’attenzione della Comunità Internazionale si focalizzò da subito sulla redazione dell’articolo IX del nuovo testo che, tramite una lettura pacifista del futuro ordine internazionale, sancisce la rinuncia perpetua della guerra come prerogativa sovrana della nazione giapponese. Al contempo, vi è una totale rinuncia al mantenimento delle forze armate di terra, mare e aria sul suolo giapponese. Rapidamente la situazione in estremo oriente si surriscaldò ed il conflitto di Corea a poche miglia di distanza convinse lo Stato Maggiore statunitense della necessità di avere la possibilità di armare il Giappone e di sfruttarlo come avamposto militare nell’area. Lo stesso Generale MacArthur propose quindi lo stanziamento di forze militari americane sul territorio, ma soprattutto la creazione di forze di autodifesa come evoluzione delle forze di polizia. L’escamotage alla base di questa decisione ha permesso un rapido e consistente sviluppo di queste forze permettendo al Giappone di sviluppare un “para-esercito” che nulla ha ad invidiare alle maggiori potenze mondiali. Nel tradizionale aggiornamento del Military Strength Rankings di Business Insider l’esercito del Sol Levante si classifica al sesto posto tra quelli più efficienti, guadagnando posizioni rispetto all’anno precedente. 

L’esercito come collante interno e dimostrazione di potenza esterna 

Emerge quindi una palese difficoltà nell’interpretazione della Costituzione nipponica e l’effettiva esistenza di un apparato militare, peraltro ben sviluppato. A cosa si deve questa discrasia? La rapida crescita del Giappone e la sua proiezione continentale si è rapidamente scontrata con quella cinese, generando un conflitto da prima ideologico e poi territoriale in merito alle isole Senkaku, o Diaoyu secondo la versione cinese. Il valore di questo arcipelago è contestato da secoli e benché il potenziale economico sia limitato, è sul versante strategico che le due potenze occidentali si confrontano. Il riconoscimento internazionale della sovranità a favore di uno dei due paesi permetterebbe il controllo del Mar Cinese Orientale e la conseguente proiezione su una porzione dell’Oceano Pacifico. In questo conflitto si inserisce la special relationship con gli Stati Uniti che hanno stabilito relazioni proficue all’indomani del draconiano epilogo del 1945. Questa relazione sembra rafforzarsi di decennio in decennio, giungendo ai nostri giorni con il premierato di Shinzō Abe, in carica dal 2012. La sua politica difensiva, e pertanto estera, è sempre stata volta all’emendamento dell’articolo 9 della costituzione e si è da sempre dichiarato un teorico del “pacifismo proattivo”, vale a dire quella teoria che ha dapprima permesso la creazione delle forze di autodifesa e quindi rafforzato ulteriormente l’esercito giapponese. 

Shinzō Abe e lo sdoganamento dell’esercito

Il definitivo cambio di paradigma è avvenuto con la conferma di Abe alle elezioni della scorsa estate, durante le quali il premier del Partito Liberal Democratico ha inserito nel programma l’emendamento della Costituzione disegnata in collaborazione con l’occupante americano. Il tentativo di liberarsi dal gioco del pacifismo perpetuo è un cavallo di battaglia del Partito Liberal Democratico al pari della restaurazione della figura dell’Imperatore, attualmente considerato solamente come icone della tradizione nipponica. La fiducia nelle politiche di sicurezza e difesa è ben salda, come rilevato recentemente in un sondaggio dell’emittente pubblica giapponese NHK, ma l’esito favorevole dell’eventuale referendum confermativo dell’emendamento è ampiamente in discussione. Shinzō Abe sta impegnando notevoli risorse economiche nel rafforzamento del proprio esercito in ottica di consolidare il controllo giapponese nel continente asiatico, come anche richiesto dal Presidente Donald Trump nel recente meeting NATO di ottobre.

Lo scoglio più grande sembra quindi essere la popolazione giapponese che vede un dogma nell’interpretazione pacifista dell’articolo 9 come retaggio di quanto vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’altro il tentativo di emanciparsi dal dettame costituzionale di forte impronta americana. 

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