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Il sei nazioni, specchio dell’andamento del rugby italiano

“Bisogna guardare avanti, alla prossima sfida”, queste le parole pronunciate dal ct degli azzurri Conor O’shea al termine della gara persa contro la Francia che nega il terzo Trofeo Garibaldi agli azzurri. Con questa sconfitta, l’Italia conclude il torneo all’ultimo posto a quota zero punti, aggiudicandosi così il poco ambito cucchiaio di legno ed il terribile riconoscimento definito Whitewash. Inoltre, la sconfitta con la quale l’Italia ha concluso questa edizione del torneo, aumenta la striscia negativa di sconfitte consecutive che ora sale a quota 22. Ma è veramente così fuori portata il Sei Nazioni per l’Italia? Perché per la nazionale è così difficile vincere una partita? Analizziamo la situazione.

Il Sei Nazioni è la competizione più importante del rugby a 15, al quale partecipano sei squadre: le nazionali di Scozia, Irlanda, Galles, Inghilterra, Francia, Italia. Il torneo ha origine più di un secolo fa; le prime testimonianze risalgono al 1883, quando a scontrarsi erano solamente le quattro squadre del Regno Unito: Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda. Il torneo a quei tempi era intitolato “Home International Championship”. La prima edizione fu vinta dall’Inghilterra, bisogna precisare però che quell’anno Inghilterra e Scozia disputarono 3 partite, mentre Galles e Irlanda due in quanto non si sfidarono tra di loro. Una data storica da ricordare è il 1910, anno in cui il torneo subisce la sua prima grande evoluzione grazie all’ingresso della Francia. Da questo momento in poi il torneo si chiamerà “Cinque Nazioni”. Durante la prima guerra mondiale il torneo venne sospeso, per poi riprendere regolarmente nel 1920. Stesso esito si ebbe durante il secondo conflitto mondiale con i giochi che ripresero nel 1947.

Il 2000 fu l’anno in cui l’Italia partecipò per la prima volta al torneo. Dal suo ingresso deriva il nome della competizione che si svolge ancora oggi: “Torneo Sei Nazioni”. Il 5 Febbraio del 2000 l’Italia esordì contro la Scozia, allora campione in carica. Il risultato tradì ogni pronostico: l’Italia vinse 34-20 allo Stadio Flaminio di Roma. Questo magnifico inizio fu soltanto l’illusione di un cammino tutt’altro che positivo: infatti, l’Italia perse le restanti quattro partite del torneo aggiudicandosi il tanto temuto “Wooden Spoon” (cucchiaio di legno), ovvero il premio simbolico che si aggiudica la squadra arrivata ultima in classifica. Nelle competizioni del 2001 e del 2002 l’Italia riceverà oltre al cucchiaio di legno, anche il “Whitewash” (letteralmente è traducibile in italiano come: “andare in bianco”) ossia un riconoscimento verbale ottenuto dalla squadra che perde tutte le partite. Da quando esiste il Sei Nazioni, l’Italia è prima in classifica per cucchiai di legno vinti (14) e per whitewash (9).  L’Italia in questi diciannove anni in cui ha partecipato alla competizione del Sei Nazioni non è mai riuscita a vincere il trofeo più importante: il “Trofeo delle Sei Nazioni”,  premio consegnato alla squadra che conclude il torneo in testa alla classifica. Di conseguenza non è mai riuscita ad ottenere il “Grande Slam” ossia il riconoscimento che va alla squadra che riesce a vincere il torneo battendo tutte le cinque avversarie, chiudendo il torneo a punteggio pieno. L’unico trofeo che l’Italia è riuscita a collocare nella propria bacheca derivante dal Torneo Sei Nazioni è il “Trofeo Garibaldi”: premio annualmente in palio, che vede come partecipanti l’Italia e la Francia. Il Trofeo Garibaldi fu istituito nel 2007 per commemorare il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi a Nizza, sua città natale, oggi città della Francia ma all’epoca appartenente al Regno di Sardegna. Il primo incontro con in palio questo trofeo si tenne a Roma allo Stadio Flaminio, nel quale la Francia sovrastò nettamente l’Italia per ben 39-3. Anche nelle successive edizioni non è andata molto meglio all’Italia, che in 13 partite (dal 2007 al 2019) è riuscita a vincere il trofeo solo ben due volte: nel 2011 con un punto di scarto (22-21) e nel 2013 con pochi punti di scarto (23-18).

L’Italia nelle sue 100 presenze all’interno del Torneo Sei Nazioni, raggiunte il 16 marzo 2019, giorno in cui si è conclusa l’ultima edizione, ha totalizzato 87 sconfitte – 1 pareggio – 12 vittorie. Numeri tutt’altro che positivi, ma confrontando il percorso di tutte le squadre partecipanti al torneo, si delinea una crescita molto lenta di tutte e, similmente all’Italia, con notevoli difficoltà nei primi anni di partecipazione al torneo. Per fare un esempio in questo senso, la Francia ha impiegato quarantatré anni per vincere il suo primo torneo (che allora si chiamava Cinque Nazioni.) Il problema sorge se si osservano i risultati della nazionale italiana nelle ultime cinque edizioni del torneo: in 25 partite l’Italia ne ha perse 24 e l’ultima vittoria risale al lontano 28 febbraio 2015 a Edimburgo contro la Scozia.

Sembra ormai evidente, come testimonia anche l’edizione di quest’anno del Sei Nazioni che si è appena conclusa, ancora una volta con cinque sconfitte su cinque, che la crescita della nazionale italiana di rugby abbia subito delle battute di arresto e che anzi sia in forte discesa.

Il problema riguarda solo la nazionale italiana o va ricercato nell’intero movimento rugbystico italiano?

L’origine del rugby va collocata nella seconda metà dell’800 nei paesi britannici. In Italia arriva molto più tardi: la prima competizione professionistica di rugby in Italia si ha nel 1929, organizzata dalla Federazione Italiana Rugby (FIR) nata l’anno precedente.

Il rugby sicuramente non è uno sport che fa parte della cultura sportiva italiana, mentre in altri Paesi europei come l’Inghilterra e la Francia ha sicuramente più seguito. La popolarità del rugby in Italia dal 2000 ad oggi è certamente aumentata, anche grazie al Torneo Sei Nazioni. La pratica dello sport però non è riuscita ad andare di pari passo all’aumento di popolarità, infatti il rugby non si colloca neanche tra i primi dieci sport praticati in Italia.

Non si può affermare con certezza quale sia il motivo che giustifica questa distanza tra il rugby e la cultura italiana, alcuni ritengono che finora il problema è stato il mancato sviluppo dei club e dei settori giovanili, che paragonati a quelli delle cinque federazioni europee più importanti, sono ancora più indietro di quanto lo sia la nazionale italiana nel Torneo Sei Nazioni; altri affermano che il problema sia la disomogeneità della diffusione all’interno dello stivale italiano, in quanto le aree che rappresentano la diffusione del rugby vanno ricondotte alle sole Roma, Veneto orientale, parte dell’Emilia Romagna e una limitata superficie della Lombardia. All’interno di queste aree si trovano le maggiori squadre che partecipano al campionato di Eccellenza (massima serie italiana). Le grandi città come Milano, Firenze, Bologna, Torino e le grandi città del mezzogiorno non sono minimamente rappresentate nel rugby. Un altro problema potrebbe riguardare le accademie limitate in alcune zone dell’Italia e di conseguenza la tendenza a praticare altri sport rispetto al rugby.

Ma se la Federazione ha deciso di inserire l’Italia nel Torneo Sei Nazioni, considerato il torneo più importante insieme ai Mondiali, per quale motivo non decide di incentivare la pratica di questo sport e di puntare sulla formazione di nuovi talenti che portino una speranza nella squadra azzurra?Ad ogni modo il 22 settembre 2019 l’Italia farà il suo esordio nel Mondiale di rugby che si terrà in Giappone, tutti ci auguriamo che gli azzurri possano stupirci.

#rugby #seinazioni #nazionale

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