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I prossimi passi verso un futuro sostenibile: il punto sulla situazione ambientale, tra direttive europee e un’Italia “virtuosa”

Mai come in questo momento storico il peso della responsabilità individuale quando si parla di sostenibilità e di scelte consapevoli si sta facendo sentire. In questo senso, segnali sempre più incoraggianti arrivano dalle imprese, incluse quelle nazionali, sempre più attente ai temi dell’eco-sostenibilità – ben due società italiane quest’anno, Intesa San Paolo ed Erg, si sono riconfermate presenti nella classifica Global 100 del World Economic Forum 2019, che elenca le cento imprese che hanno dimostrato più impegno rispetto all’eticità ambientale. Ma oltre alle azioni che si richiedono ad aziende e singoli cittadini, fondamentali in quanto ciascuno di noi gioca una parte  estremamente rilevante nella preservazione delle risorse del nostro pianeta, altrettanto necessarie sono le politiche volte a garantire uno sviluppo sostenibile, ponendo al centro dell’attenzione la questione ambientale.

Qual è l’approccio dell’Unione Europea al problema della sostenibilità?

Dal punto di vista giuridico, i principi generali in materia sono esposti negli articoli 11, 191, 192 e 193 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), e si pongono alla base di tutte le politiche e programmi pluriennali dell’UE sulla questione ambientale.

I principi in questione sono:

  • precauzione: si tratta della possibilità di bloccare la messa in atto di una determinata azione o politica, qualora, dopo le dovute analisi scientifiche, si preveda che essa possa determinare un rischio per l’ambiente.
  • azione preventiva e correzione alla fonte: chi svolge attività professionali che potrebbero costituire un danno per l’ambiente è tenuto ad adottare misure preventive in caso di minaccia imminente.
  • «chi inquina paga»: qualora, nonostante le misure prese, il danno ambientale si verifichi ugualmente, il responsabile è tenuto ad adottare le misure necessarie per porvi rimedio a proprie spese.

La prima strategia per lo sviluppo sostenibile (SSS) dell’UE è stata introdotta nel 2001 e successivamente rinnovata  nel 2006, con lo scopo di porre le azioni e gli obiettivi previsti in un quadro di coordinamento non solo interna ma internazionale. Gli obiettivi sanciti da tale strategia mirano al miglioramento generale della qualità della vita tramite, oltre alla tutela ambientale, la promozione della prosperità e la coesione sociale.

Nel settembre 2015, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha adottato l’Agenda 2030 per uno Sviluppo Sostenibile, che stabilisce i 17 obiettivi (Sustainable Development Goals, SDGs) che  i paesi membri dovranno impegnarsi a raggiungere entro il 2030: il problema della sostenibilità ambientale è stato così inquadrato in un contesto di tipo globale.

Dal canto suo, la Commissione Europea ha annunciato nel 2016 i “Next steps for a Sustainable European future”: un documento che elenca i prossimi passi da seguire entro il 2020, per assicurare all’Europa un futuro all’insegna della sostenibilità, attraverso un approccio che garantisca la crescita economica e sociale europea e, allo stesso tempo, il rispetto ambientale, implementando così i Sustainable Development Goals definiti dalle Nazioni Unite.  

Una vittoria senza precedenti, in tal senso, è giunta dal Parlamento e dal Consiglio dell’UE lo scorso dicembre, quando, in seguito ad una lunga negoziazione, si è arrivati all’accordo sulla proposta della Commissione Europea di bloccare la vendita degli oggetti in plastica usa e getta maggiormente presenti nelle spiagge e nei mari, tra cui piatti, cannucce, posate, bastoncini dei palloncini, cotton fioc, e contenitori in polistirolo espanso (come quelle utilizzate dai fast food) a partire dal 2021. Sono stati fissati inoltre anche limiti per la produzione delle bottiglie in Pet (polietilene tereflatato): dal 2025 in poi, dovranno essere realizzate utilizzando almeno il 25% di plastica riciclata. Sorprende però che la direttiva antiplastica non includa uno dei prodotti sicuramente più utilizzati, i bicchieri (gli unici banditi saranno quelli in polistirolo espanso, usati soprattutto in Regno Unito per l’asporto di bevande calde).

Il compito degli Stati Membri consisterà nel garantire l’attuazione delle norme e, nello specifico, agire affinché si verifichi una riduzione nella produzione di contenitori in plastica monouso per alimenti e bevande, da sostituire con alternative sostenibili e commerciabili.

Il rapporto degli italiani con il problema della sostenibilità

Al di là delle politiche internazionali e nazionali, la sfida sulla preservazione del nostro pianeta si combatte anche nella quotidianità, da quello che ciascuno, nel proprio piccolo, può offrire modificando i propri comportamenti e abitudini.

A tal proposito, da una recente indagine realizzata da LifeGate in collaborazione con Eumetra MR, nata con lo scopo di analizzare l’approccio e la percezione degli italiani rispetto all’emergenza ambientale, i dati raccolti sembrerebbero, sorprendentemente, rassicuranti. Nello studio, tra gli altri dati rilevati, si è riscontrato che 34 milioni di italiani (pari a circa il 67% della popolazione) si sono dichiarati interessati alla questione della sostenibilità. La ricerca ha poi sottolineato diversi comportamenti virtuosi: il 92% degli italiani afferma di effettuare con regolarità la raccolta differenziata, mentre il 40% di limitare l’utilizzo di bottiglie di plastica. Dunque, dati incoraggianti questi, sicuramente da incrementare, ma che dimostrano una sensibilizzazione crescente anche tra i cittadini italiani.

I dati ufficiali testimoniano quanto rilevato dalla ricerca: l’Italia è, infatti, a pari merito con la Germania, il primo paese in Europa per riciclo dei rifiuti, che rappresenta il 79% della raccolta complessiva.

I problemi maggiori sono rilevabili però nella fase di trasformazione: secondo Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, solamente il 43,5% della plastica differenziata dagli italiani viene trasformata effettivamente in nuovi oggetti.

Cosa succede con i restanti rifiuti? Il 40% della plastica viene riversata nei termovalorizzatori per la produzione di energia, mentre il restante 16,5% finisce nelle discariche.

Nonostante la buona volontà dimostrata dai cittadini dunque, resta fondamentale un maggiore impegno da parte delle aziende produttrici, a cui si richiede di scegliere di utilizzare sempre più plastiche riciclabili: queste plastiche sono, infatti, a loro volta più facilmente riutilizzabili una volta che i prodotti con esse realizzati vengono smaltiti. E necessario è anche un incremento del numero di impianti di trattamento che al momento, in Italia, non sono abbastanza per sostenere la quantità di rifiuti prodotti dai cittadini.

#sostenibilità ambientale #SDGS #plastica monouso


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