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Quando i film riflettono la società: Taxi Driver di Martin Scorsese

Dal 1955 al 1975 il mondo è stato scosso da un conflitto atroce, forse uno dei più oscuri della storia della società contemporanea: la guerra del Vietnam. In questi venti anni gli Stati Uniti, per la prima volta nella loro vita, si trovarono molte volte con le spalle al muro, sia in territorio nazionale che internazionale: l’omicidio Kennedy, lo scandalo Watergate e proprio il conflitto vietnamita furono solo alcuni dei temporanei tracolli della politica americana. Come tutte le guerre, anche quella del Vietnam scatenò forti ripercussioni all’interno della stessa società: come il fronte vedeva due (o più) eserciti combattere tra loro, anche per le strade delle città statunitensi si crearono delle vere e proprie fazioni. In particolar modo queste ultime erano destinate a cambiare per sempre la storia di tutta la società mondiale: gli Hippie e il Black Power, ma anche i singoli personaggi come Martin Luther King o Malcolm X. Tutti i protagonisti della “Summer of Love” furono niente di meno che il trampolino di lancio per le rivoluzioni europee del ’68, soprattutto quella francese e quella italiana. 

In questo stesso periodo anche il Cinema USA stava vivendo una profonda rivoluzione: i film proiettati nelle sale non erano più i film classici stile anni ’50; le persone che andavano al cinema non erano più interessate al melodramma o all’epica stile Il Gigante o Lawrence d’Arabia, bensì alla società reale. Gli abitanti delle sale cinematografiche erano ormai i giovani, e furono proprio loro ad imporre questo diktat alle più grandi case produttrici hollywoodiane: ciò che volevano vedere al cinema era il realismo nel suo stato più puro.

La giacca militare di Travis Bickle, chiaro riferimento al Vietnam

L’indecisione dei personaggi, la critica alla società, la corruzione, la confusione della metropoli, la voglia di rappresentare su schermo i moti rivoluzionari: la corrente cinematografica della New Hollywood aveva ormai invaso i botteghini dei cinema statunitensi. Molti film di questo periodo sono delle vere e proprie pietre miliari della storia del cinema, e meriterebbero un’analisi più che approfondita: il loro rapporto con la società è quanto di più veritiero si sia mai visto in una sala di proiezione (secondi forse al solo Neorealismo). 

Tuttavia c’è un film che non può passare inosservato, nonostante sia uscito ben più tardi rispetto a molti altri lungometraggi ed è, a tutti gli effetti, il film più premiato ed anche il più importante della lista dei film della New Hollywood; si tratta di Taxi Driver di Martin Scorsese. 

L’opera, datata 1976, è un viaggio nell’inferno newyorkese: il protagonista, Travis Bickle (interpretato da un magnifico Robert De Niro), è un reduce del Vietnam sofferente d’insonnia che cerca un lavoro che lo tenga occupato per tutta la notte. Proprio durante la prima scena, dove si vede il protagonista fare un colloquio di lavoro per una compagnia di taxi, vengono a galla i primi esperimenti sociali attuati da Scorsese e il suo sceneggiatore Paul Schrader.

Il conflitto del Vietnam secondo Scorsese

Molto probabilmente questa insonnia, che lacera la psiche dell’uomo, non è altro che una conseguenza delle atrocità della guerra, un disturbo da stress post-traumatico tipico dei reduci del Vietnam. Si pensi solamente che il nome stesso di questo disturbo mentale sia da attribuire ai numerosi casi scoperti negli anni del conflitto vietnamita, questo per far capire il gigantesco impatto psicologico che il Vietnam ha avuto sulla società. 

Per tutta la scena iniziale del film si può vedere la difficoltà estrema che il protagonista ha nel relazionarsi con le altre persone: il suo disturbo sembra addirittura portarlo a provare paura e vergogna nell’affermare il suo servizio militare. 

Il conflitto ha devastato internamente il protagonista, lo ha reso un corpo senz’anima, dedito solamente al lavoro. Trovandosi senza nessuna occupazione, dopo il congedo Travis ha inconsciamente iniziato un processo di autodistruzione che porterà avanti per tutta la storia. 

Il monologo interiore, simbolo dell’alienazione

L’alienazione del personaggio, spiegata attraverso i suoi numerosi monologhi interiori, è un’altra chiave di lettura che farà capire ancora di più l’instabilità della mente di Travis. 

Per tutto la sua durata, il film sarà scandito da questi monologhi, che spiegheranno il pensiero di Travis e il suo modus operandi; è essenziale vedere come lui stesso si riconosca come il Caronte della Commedia dantesca, che traghetta le anime da una sponda all’altra dell’Acheronte. Allo stesso modo Travis, seduto sul suo taxi, giudica quello che vede dal finestrino della macchina, dando le sue considerazioni sui dannati del mondo contemporaneo. In uno dei suoi pensieri personali, il protagonista cita involontariamente (o volontariamente?) l’antica testimonianza biblica, ringraziando Dio per aver pulito un poco la sporcizia dai marciapiedi.

La solitudine perseguita il protagonista in ogni momento

Grazie alle riprese di Scorsese si intuisce come Travis si riferisca, in realtà, alla delinquenza presente nella città di New York, fatta di stupratori, sfruttatori, assassini, prostitute. Pian piano il protagonista si sta trasformando in una sorta di giustiziere, solo che lui ancora non lo sa. 

Solo dopo aver conosciuto una prostituta dodicenne di nome Iris (una giovanissima Jodie Foster) e dopo aver perso la donna amata Betsy, il protagonista decide di mettersi all’opera, progettando un attentato alla vita del candidato presidente Charles Palantine.

Il motivo di tutto ciò è quello di vendicarsi della stessa Betsy che, lavorando in un centro elettorale, è tutto quello che rappresenta, per Travis, la decadenza della società. In questo caso il parallelismo con la storia politica americana è ancor più palese: basti pensare all’assassinio del Presidente Kennedy e successivamente a quello del fratello Robert. 

L’influenza dei media 

Nel film di Scorsese la presenza dei media è un vero e proprio cardine dell’opera: presenti sotto forma di campagna politica, di televisione, di quotidiani e addirittura di diari privati, i sistemi d’informazione aiutano lo spettatore ad immedesimarsi ancora di più nella vicenda. 

Come nella realtà, leggendo o ascoltando una notizia, una persona si sente come parte integrante di quel fatto; per questo motivo l’empatia è così importante, poiché riesce a far veicolare un’informazione in maniera rapida e istintiva.

La distruzione dello specchio sociale in una scena del film

In particolar modo, una scena emblematica di Taxi Driver di forte impatto emotivo, si ha alla fine della storia. Nonostante Travis non sia riuscito ad uccidere il candidato presidente riesce a trovare il modo per salvare dalle catene degli sfruttatori la giovane prostituta Iris. 

All’interno di una stanza d’ospedale, il protagonista si trova in convalescenza dopo la lotta finale con gli aguzzini della ragazza; una voce fuori campo legge una lettera indirizzata a lui, ringraziandolo per aver liberato Iris da quella squallida vita.

Nello stesso momento, la telecamera fa vedere allo spettatore tutti gli articoli di giornale che raccontano quanto successo la sera prima, facendo notare come Travis ormai sia diventato a tutti gli effetti un eroe della città. 

Il potere dell’informazione in questo caso convoglia tutte le sue energie verso le azioni dell’uomo; colui che molte volte all’interno del film si descrive come una persona “nata per vivere sola”, ora è riuscito a farsi accettare dalla società. In una nebbia tipica newyorkese, Travis scompare a bordo del suo taxi, entrando definitivamente e nuovamente in quella società che lo aveva abbandonato.

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