Libertà e Caos: storia di una terra di nessuno

Oggi la Libia si presenta come un paese distrutto, palcoscenico di sanguinosi conflitti interni, perpetue violazioni di diritti fondamentali e senza un controllo territoriale completo. Le tre regioni che compongono lo stato, la Cirenaica, la Tripolitania ed il Fazzen, sono a loro volta frammentate internamente e controllate da numerose fazioni. La Libia è oggi di fatto terra nullius, a tentare di acquisirne il controllo vi sono numerose forze islamiche estremiste ed il generale Haftar. Queste abissali divisioni interne permangono nonostante gli accordi entrati in vigore nel 2016 tramite i quali le parti, Alba Libica e Operazione Dignità, hanno dato vita al Governo di accordo nazionale di Tripoli. 

Il periodo italiano e la dittatura di Gheddafi

La Libia divenne colonia italiana nel 1911 e rimase tale formalmente fino al 1947, ma già con la sconfitta di Mussolini nel 1943 il territorio passò sotto il controllo congiunto di Francia e Gran Bretagna. Il regno di Libia ottenne l’indipendenza nel 1951 e il primo reggente fu re Idris, il quale non interruppe i rapporti commerciali e politici con l’occidente, generando malcontento tra la popolazione.

La storia del paese è strettamente legata agli immensi giacimenti petroliferi scoperti a partire dal 1959 che trasformarono questa terra da “scatola di sabbia” a serbatoio di petrolio. La scoperta dei giacimenti trasformò la condizione di questo paese, fino ad allora poverissimo, rendendolo uno dei più promettenti sulla via dello sviluppo. Tuttavia, la popolazione libica non arrivò mai a beneficiare della crescita senza precedenti che il paese stava vivendo. Re Idris infatti si impossessò presto di buona parte delle ricchezze ottenute tramite la vendita di petrolio alimentando l’insoddisfazione generale. Tale sentimento sfociò nel colpo di stato operato dal colonnello Gheddafi nel 1969 il quale rimase poi al potere fino al 2011. L’idea di base su cui si fondò l’esercizio del potere di Gheddafi fu quello di far leva sull’autosufficienza della Libia, con il fine di tenere a distanza le potenze occidentali capitaliste e quelle comuniste. L’unica fonte di ispirazione per il colonnello fu Nasser, presidente egiziano, con il quale Gheddafi tentò di portare a termine il progetto di unità araba. 

Gli anni ‘80 rappresentano il periodo più buio del regime di Gheddafi il quale si farà promotore di un lungo conflitto con il vicino Ciad e mandante di vari attentati terroristici in occidente che gli costeranno delle pesanti sanzioni applicate dalle Nazioni Unite nel 1992 che rallentarono la crescita libica e costrinsero il colonnello a rivedere i suoi rapporti con l’occidente. 

Il processo di eliminazione della Libia dalla lista di “stati canaglia” delle potenze europee e nordamericane inizierà alla fine degli anni ‘90, con la consegna, da parte del leader libico, dei responsabili dell’attentato di Lockerbie, operato ai danni di un aereo di linea,  e con la sua forte presa di posizione nei confronti dei movimenti estremisti di natura islamica. L’apparente redenzione del colonnello culminerà con rinnovati rapporti diplomatici con gli Stati Uniti e con una serie di incontri con gli allora capi di governo Sarkozy e Berlusconi

La guerra civile

Alla fine della prima decade degli anni duemila il movimento delle primavere arabe sconvolse il panorama politico nordafricano, generando movimenti rivoluzionari nei paesi del Maghreb e limitrofi. In Libia la repressione fu forte ma, a differenza di altri contesti, anche molto poco efficace, e la situazione degenerò rapidamente. Un imminente e potenzialmente distruttivo attacco su Benghazi da parte del colonnello costrinse il consiglio di sicurezza dell’ONU ad approvare (con 10 voti a favore e 5 astenuti) la Risoluzione n° 1973: questa istituiva una no-fly zone sopra la Libia e autorizzava,  attraverso l’applicazione della dottrina di diritto internazionale Responsabilità di Proteggere, un intervento armato in Libia per fermare gli attacchi alla popolazione. L’intervento straniero si spinse però ben oltre e si concluse solamente con l’uccisione per mano dei ribelli di Gheddafi. 

A distanza di 8 anni dalla liberazione della Libia dalla lunghissima dittatura del colonnello il termine più adatto e comune per definire l’ex colonia italiana è uno solo: caos. Nel luglio del 2012, per la prima volta dall’inizio del regime, il popolo libico si è recato alle urne eleggendo i componenti di una nuova assemblea che potesse occuparsi della ricostruzione del paese. Questo storico appuntamento elettorale ha sancito la vittoria delle forze moderate, punendo invece movimenti legati all’estremismo islamico come quello dei Fratelli Musulmani. L’elezione della nuova camera ha portato alla nomina come primo ministro di Al-Zeidan, esecutivo riconosciuto da gran parte della comunità internazionale; questo non ha fermato né le violenze né il controllo su parte del territorio delle forze estremiste che hanno esercitato una forte pressione esterna sulla neo eletta assemblea affinché la sharia, il verbo di Dio, diventasse fonte di legge, gettando il giovane organo legislativo libico nel caos. 

Il ritorno di Haftar in patria 

A seguito di questi avvenimenti, un’altra forza entra in scena nello scacchiere politico libico: il Generale Haftar. Egli fu seguace di Gheddafi nel colpo di  stato del 1969 ma da quest’ultimo venne tradito nel corso della guerra in Ciad; successivamente Haftar, con il supporto della CIA, tentò il colpo di stato contro il colonnello. 

Il tentativo di golpe fallì, e Haftar fu costretto all’esilio prima in Zaire e poi negli Stati Uniti dove rimase fino al 2014. Dal suo rientro in patria ha lanciato l’ Operazione Dignità: un’ offensiva proveniente dal suo gruppo armato: l’Esercito nazionale libico, nei confronti delle altre forze presenti sul territorio libico.  Principale bersaglio dell’operazione è Alba Libica, ovvero una coalizione, composta da diversi gruppi armati originari di Tripoli e Misurata la quale raggruppa milizie, come Scudo Libico, vicini ai Fratelli Musulmani che controlla la parte occidentale del paese, Tripoli compresa. Haftar è riuscito a stabilire il proprio controllo sulla Cirenaica grazie al supporto interno, di ex fedeli di Gheddafi, e a quello esterno, di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, mentre “Alba Libica” trova in Qatar e Turchia le sue principali fonti di finanziamento. Il generale, fortemente critico nei confronti del Consiglio Nazionale Generale, decise di dar vita, tramite elezioni, ad una nuova camera legislativa con sede a Tobruk: la Camera dei Rappresentanti. Quest’ultima venne riconosciuta dalla comunità internazionale, ma la corte suprema libica la dichiarò illegittima. Ciò nonostante queste due entità politiche continuano a convivere e nel 2015 sono giunte ad un accordo che, nelle premesse, sarebbe potuto essere di straordinaria efficacia: un governo nazionale riconosciuto da entrambe le parti con a capo Fayez al-Sarraj. L’intesa, nonostante la promettente natura, non ha apportato alcuna miglioria al caos libico. Il generale Haftar infatti, desideroso di far interamente sua la Libia, ha dato il via ad un’importante offensiva volta a conquistare la parte occidentale del paese. 

La comunità internazionale non riesce ad esprimere una posizione unanime generando quindi impasse nelle sedi ONU. Gli Stati Uniti di Trump sembrano non voler ostacolare la strada all’iniziativa del generale; il presidente russo Putin ha recentemente dichiarato durante la breve visita in Italia di schierarsi sia con Haftar che con Sarraj, mentre l’Unione Europea e i suoi stati membri spingono affinché una soluzione per il futuro della Libia si trovi a dei tavoli di dialogo.

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