Brexit: Chi, Cosa e Perchè

In una situazione confusionaria, tra proroghe e scadenze, proviamo a spiegare quella che è stata la prima richiesta d’uscita dall’Unione Europea, dalle origini alle sue probabili conseguenze.

Il paradosso sta nel fatto che a votare per primo sia stato esattamente chi queste elezioni le avrebbe dovute vivere da spettatore. Non che agli inglesi non sarebbero interessate però, allo stesso tempo, non sarebbero stati coinvolti direttamente. La Brexit del giugno di tre anni fa è stata un fulmine a ciel sereno in quell’angolo di mondo chiamato Europa e che, da quel momento, ha iniziato a porsi dei dubbi. Si può dire che il punto di svolta sia arrivato proprio da lì, dal Leave inglese, con la conseguente diffusione di un’idea simile tra le fila dei nazionalsovranisti degli altri paesi. Un’arma a doppio taglio, si potrebbe definire. Se da un lato è stata la spinta per avanzare idee di abbandono, dall’altro è risultata esser l’esempio lampante di come sia complesso e lungo il processo che porta all’isolamento. Ma procediamo un passo alla volta.

Il caso dell’uscita – o non uscita – della Gran Bretagna è il primo al quale l’Unione Europea si è trovata a far fronte. In realtà, un vero e proprio procedimento a riguardo non era stato previsto fino al 2007, anno del Trattato di Lisbona entrato in vigore due anni più tardi. La sua importanza storica deriva dal fatto che esso è stato siglato dopo la rottura, dovuta ai risultati negativi dei referendum in Francia e Paesi Bassi, della visione comune rivolta all’emanazione di una costituzione europea. Non solo. All’interno del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), ideato proprio in questo nuovo accordo, venne inserito per la prima volta un articolo che facesse riferimento ad un’eventuale uscita da parte di uno Stato membro, regolandone il procedimento. L’articolo in questione è il numero 50, che al primo comma recita “ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione”. E così, dopo il referendum che il Primo Ministro David Cameron credeva di stravincere, quella che doveva essere una lezione ai nazionalismi si è trasformata in un boomerang. La Gran Bretagna è stata chiamata quindi a negoziare la sua uscita con l’Unione, come previsto dal TFUE: “lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità di recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione”.  E da qui sono nati i problemi.

Quello a cui stiamo assistendo da ormai troppo tempo è un’incapacità decisionale drammatica da parte del Parlamento inglese. Il governo di Theresa May, che ha annunciato le sue dimissioni per il prossimo sette giugno, non riesce a trovare alcun modo per far accettare la proposta dell’Unione ed evitare quella che è stata chiamata Hard Brexit, ovvero un’uscita senza accordo. Cosa comporterebbe questo? Secondo il terzo comma dell’articolo 50 TFUE, “i trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica [..], salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare il termine”. L’ultima dead line in ordine di tempo è stata fissata per il prossimo 31 ottobre, giorno in cui il Regno Unito dovrà notificare la decisione di uscire con o senza deal.

Interessi comuni, forse

Le numerose proroghe sono state effettuate per cercare di elaborare il miglior accordo di uscita possibile, così da limitare i danni previsti. Maliziosamente si potrebbe pensare che la data per la scadenza dei termini, fissata dopo le elezioni, è stata decisa per far sì che dalle urne uscisse un risultato completamente differente da quello di tre anni fa, in modo tale da avere più legittimazione per proporre un eventuale nuovo referendum. Ma così non sarà poiché il voto del popolo, simbolo fondante la democrazia, deve essere accettato qualunque esso sia. Da oltre due anni il Regno Unito non partecipa alle deliberazioni ed alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio su temi che lo riguardano, come scritto da regolamento. In pochi credevano di arrivare ad un simile punto di empasse legislativa. L’offerta avanzata dal Regno Unito è stata rispedita indietro senza mezze misure da parte dell’UE. Non sono stati digeriti ben volentieri, infatti, quei white papers dove risultava esserci una situazione a somma zero, in cui l’Inghilterra avrebbe garantito esclusivamente i suoi interessi. Ovviamente, la risposta giunta da Bruxelles è stata chiara: o con noi o senza di noi. Non si può accettare una partecipazione attenuata da parte di uno Stato membro, creando un caso per il futuro e, soprattutto, andando contro quell’idea comunitaria che si cerca di salvaguardare.

Che ne sarà?

La questione è tutt’altro che semplice. Le quotazioni precedenti al voto di giovedì 23 maggio davano in vantaggio il partito di Farage, leader del Leave. Qualora risultasse ancora vincitore non soltanto segnerebbe la fine delle illusioni della grande massa che sperava di ritornare sotto l’ombrello dell’UE, ma bisognerebbe anche chiedersi  se questa moltitudine esista realmente o è stata costruita da coloro che desiderano un’Europa unita.

Chi ci rimetterà in caso di uscita, specie se senza accordo, sarà sicuramente il Regno Unito e questo lo hanno compreso perfino loro. Un’informazione poco attenta e superficiale ha portato ad un salto in un burrone dal quale, adesso, risulta difficoltoso uscirne. Di certo non rientra nei piani dei primi secessionisti europei quello di diventare attori secondari all’interno del panorama decisionale: non è possibile accettare passivamente ciò che gli altri Stati delibereranno e per questo si è cercata una soluzione di compromesso, ancora non identificata. Londra non morirà, questo è poco ma sicuro. Nel corso degli anni si è creata una credibilità tale da diventare uno dei centri economico-finanziari più importanti al mondo e non cesserà di esserlo con un’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione. Fino ad oggi non c’è stato quel trasloco delle aziende che tutti si aspettavano, ma certo è che bisognerà capire come funzionerà il nuovo procedimento riguardo il transito delle persone. La questione risulta essere una: riuscirà Londra a crearsi un nuovo partner commerciale che riesca a sostituire l’Europa? La risposta più semplice sembra dirci di no. Seppur trovasse nuove rotte per il suo commercio, sarebbe condizionata comunque dalla sua posizione subordinata. Servizi e merci sono i settori più sensibili per la Gran Bretagna. Di certo un hard Brexit implicherebbe l’introduzione di dazi, tariffe e dogane su circa il 13% dei beni scambiati, inclusi quelli agricoli ed automobilistici (proprio per quest’ultimi la Gran Bretagna perderebbe in competitività a causa del rallentamento che si creerebbe con la reintroduzione delle dogane).

Le elezioni europee faranno capire se la Brexit è stata un incipit o solo un capitolo a sé stante. Ciò che è certo è che dal 31 ottobre, salvo ulteriori rimandi, ci saranno delle sedie vuote a Bruxelles. Con l’auspicio che appartengano solo ad una nazione. Ma anche in questo caso, l’Europa non chiuderebbe la porta: bisognerebbe solamente invocare l’art. 49 TFUE, che regola le modalità di accettazione di un nuovo membro, e si è di nuovo tutti a cavallo. O quasi.

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