La questione romana

Le dichiarazioni sulla sindaca Virginia Raggi e la mossa politica sul Salva Roma da parte del Ministro dell’Interno hanno fatto capire le sue intenzioni riguardo le prossime elezioni comunali: sbaragliare la concorrenza. Con un’amministrazione allo sbando ed una sinistra che fatica a rinascere, non sembra un’idea utopica.

A Salvini piace Roma. Le parole rilasciate dal leader del carroccio negli ultimi tempi riguardo la capitale fanno ben capire come la Lega abbia ormai del tutto abbandonato l’idea bossiana federalista per trasformarsi in partito nazionale, oltre che nazionalista. Un apprezzamento simile nei confronti di Roma era impensabile fino a qualche anno fa. La città ha aperto le braccia a chi la insultava, la riteneva ladrona e causa di tutti i mali del paese. Ovviamente lo scenario è radicalmente cambiato: la Lega non è più quel partito regionalista radicato su un – solo – territorio delimitato da un fiume, ma è una corrente in piena che continua ad allargare il suo bacino di voti anche lì dove storicamente non è mai stata presa in considerazione.

Ministro contro sindaca

La lotta a Virginia Raggi è iniziata e neanche troppo bonariamente. Le liti gialloverdi si sono così spostate dai palazzi di governo al livello locale: da una parte le accuse alla sindaca sulla sua inadeguatezza nel saper gestire la città, dall’altra le difese di quest’ultima, risentita per gli attacchi subiti e per la continua sfiducia da parte di un ministro, dettaglio non di poco conto. Il punto dal quale partire è uno: Roma “è una città fuori controllo” e non lo stiamo dicendo per aggravare ancor di più la situazione di per sé non semplice, ma sono parole pronunciate dalla stessa sindaca. A quasi tre anni dall’elezione, c’è chi rivendica il fatto di aver previsto questo scenario. Tutti attendevano il momento in cui i Cinque Stelle si sarebbero dovuti sporcare le mani per dimostrare la loro reale abilità nel risolvere i problemi, ma ad oggi il bottino dei risultati è scarno.  Colpa di una città che fa fuori chiunque provi a governarla: le ultime amministrazioni, dal centro destra al centro sinistra, hanno lasciato la città in una situazione peggiore di come l’avevano trovata, a volte anche prematuramente, spesso con polemiche e strascichi giudiziari – vedasi i casi degli ex sindaci Gianni Alemanno ed Ignazio Marino. E così, ecco l’alternativa che non ti aspetti.

“Un sindaco leghista a Roma? Se chiamano ci siamo. I romani mi dicono: Daje Mattè”. Se questa dichiarazione poteva sembrare inizialmente una provocazione, quasi per provare a vedere quale fosse il limite oltre il quale potesse spingersi, quelle successive nei confronti della sindaca romana hanno davvero fatto capire che a Matteo Salvini la capitale interessa e come. L’inadeguatezza dell’amministrazione pentastellata è nota, specie tra i romani, ma se a parlare così è un Ministro della Repubblica la questione acquista maggior rilievo. D’altronde non si può neanche rimanere trascendentalmente meravigliati, data la franchezza dimostrata negli anni dal leader milanese, capace di dire tutto quello che meglio credeva senza porsi troppi scrupoli su come farlo e sulle conseguenze che le sue parole avrebbero avuto.

Tra battibecchi, neanche troppo velati, l’ultima puntata è stata sul Salva Roma. Introdotta nel decreto Crescita, questa manovra prevedeva l’accollo di gran parte dei debiti di Roma Capitale (che ammontano a circa 12 miliardi) da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze in modo tale da arrivare, entro la fine del mandato della Raggi, alla chiusura della gestione commissariale – iniziata nel 2011 con durata decennale, essa prevedeva che i debiti fossero ripartiti tra lo Stato, la Cassa dei Depositi e Prestiti e l’amministrazione comunale. Durante il Consiglio dei Ministri, vi è stato un duro scontro tra leghisti e grillini, che ha portato al cambiamento di cinque commi su sette e lasciando sostanzialmente invariata la situazione su questo fronte. Tra i risvolti positivi che aveva previsto l’amministrazione comunale capitolina vi era una riduzione dell’Irpef, imposta sui redditi che nella capitale risulta essere la più alta d’Italia, nonché promessa elettorale dei grillini. A volere una radicale riformulazione quasi totale del testo è stato, neanche a dirlo, il vice Premier leghista. Tutto torna, dunque.

Avere due piedi in una scarpa è abbastanza complesso, e rischioso, ma pare che al Ministro dell’Interno riesca piuttosto bene. La giustificazione di non accettare la richiesta avanzata dall’amministrazione Raggi&Co è stata quella di porre sullo stesso livello tutti i comuni d’Italia ed in tal modo non sarebbe stato equo aiutarne solo uno, specie se a spese della comunità intera. O tutti o nessuno, in sostanza. Ma sembra che la questione non sia né economica né frutto del buon senso.  Piuttosto, la causa sembra politica.

Quali scenari si prospettano

Le prossime elezioni romane, salvo clamorose anticipazioni che non sarebbe giusto accantonare a prescindere, si terranno nel 2021, anno in cui il debito di Roma non sarà accollato a nessuno se non ai romani, a quanto pare. La partita per il Campidoglio Salvini la vuole giocare su questo campo: attaccare quotidianamente i grillini sulle loro mancanze e, dove può, arginarli istituzionalmente in modo da lasciare un vuoto nell’elettorato romano per accaparrarselo. In che modo riuscirà ad attecchire, sinceramente, risulta difficoltoso dirlo. Alle elezioni comunali romane del 5 giugno 2016, Noi con Salvini appoggiava Fratelli d’Italia. In quell’occasione riuscì ad apportare alla lista di Giorgia Meloni il 2,7% (32.175 voti), mentre alle nazionali del 4 marzo La Lega si presentava con la coalizione di centro destra insieme a Forza Italia e FdI, ottenendo il 10,83% (162.005 voti) nella capitale. Risultati importanti, dimostrativi di un avvicinamento ideologico dell’elettore romano a quelle idee che provengono dal Nord e dalle quali aveva sempre diffidato. Una rondine non fa primavera e, seppur in crescita, da qui a vedere un sindaco leghista a Roma ce ne passa. Forse. Il partito nato in Padania può avere un vantaggio non ininfluente: Salvini, causa il suo lavoro, vive quotidianamente la città, ne conosce problemi e sa quello che il cittadino romano vuole. Ma, soprattutto, non si sta più professando come l’uomo del Nord bensì come il politico di tutti, compresi quei romani che non vedeva di buon occhio. Insomma, l’amatriciana può mangiarla anche tutti i giorni senza scuse, e non una tantum per cercare una riconciliazione come fece anni fa Umberto Bossi. Attualmente al tavolo siede da solo e si gode il panorama che ha di fronte: un’amministrazione comunale in crisi ed una sinistra completamente assente ancora alla ricerca di se stessa, incapace ad emergere anche nelle situazioni apparentemente più facili. Nel frattempo la diretta interessata, Roma, tace malinconica e rimane in attesa del prossimo sindaco, locale o straniero che sia, rispettosa. Purché venga rispettata.

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