Il panorama politico italiano e la sua trasformazione

Le elezioni politiche dello scorso 4 marzo hanno costituito un evento di portata storica per il sistema politico italiano e nei mesi successivi al voto il quadro ha continuato ad evolvere.

Già nel 2013 abbiamo potuto assistere a quello che gli studiosi definiscono un “terremoto elettorale” che ha portato con sé l’ingresso sulla scena politica italiana di nuovi protagonisti e il parallelo indebolimento dei partiti che possiamo definire “tradizionali”. Il 4 marzo 2018 segna il proseguimento di questo corso caratterizzato da continue turbolenze e, al tempo stesso, indica un radicale cambio di marcia tale da far considerare queste elezioni come “straordinarie”, il segno di una frattura tra il mondo politico di ieri e quello di domani.

Queste elezioni hanno messo in evidenza la vittoria netta di quelle forze politiche che meglio delle altre hanno saputo intercettare le richieste di cambiamento provenienti dalla società: M5S e Lega, seppur con modalità differenti e talvolta anche contrastanti, hanno saputo fornire le adeguate risposte. Da una parte protezione culturale, cavallo di battaglia di Matteo Salvini, verso coloro che sentono minacciata la “italianità” dai flussi migratori recenti, dall’ altra protezione economica, sotto forma di reddito di cittadinanza, punto cardine del programma pentastellato, verso coloro che hanno bisogno di tutele in questo momento storico in cui gli effetti della crisi economica sono più evidenti. Sicuramente il punto d’incontro tra questi due vincitori è il tema della protezione politica, ovvero l’obiettivo di una più solida sovranità nazionale non in balia di enti o istituzioni sovranazionali.

La geografia elettorale che esce dal voto del 4 marzo ci presenta un paese diviso e lacerato al suo interno, dove le fratture non passano solo per la fatidica linea verticale tra Nord e Sud, ma tagliano trasversalmente tutti i territori e tutti i settori della società italiana.

Guardando i risultati, i pentastellati hanno toccato il 32%, per poi iniziare a scendere costantemente un punto percentuale mensile in seguito all’accordo di governo con la Lega, poco gradito all’elettorato più a sinistra. Questo calo del M5S potrebbe essere un’occasione per il Pd per recuperare terreno se solo avesse un’offerta credibile e i suoi rappresentanti non fossero impegnati in perenni liti interne. Una sinistra che ha perso il bandolo della matassa da tempo, che ha sostituito il lavoro sul territorio con partecipazioni televisive e la “militanza” sul web.

Un Pd che non riesce a superare i postumi della débâcle del 4 marzo e gli scissionisti di LeU che non riescono ad avvantaggiarsene, dando la netta impressione di non possedere gli strumenti e le energie per una severa autoanalisi. Sembra che il cambio della stagione politica li abbia messi irrimediabilmente fuori corso, incapaci di adattarsi alle nuove esigenze ed istanze dei cittadini; il risultato registrato alle ultime elezioni politiche, ben sotto il 20%, è la metafora dell’avvenuto abbandono del territorio e della fine del legame “sentimentale” con i propri elettori.

Il partito che ha registrato la crescita maggiore, nel periodo di riferimento, è la Lega: dal 4% al 17% con un ulteriore successivo balzo dal 17% al 30%. Un risultato straordinario che non ha eguali nei paesi dell’Europa Occidentale. Siamo in presenza di un “asso pigliatutto” all’interno del panorama della destra e si chiama Matteo Salvini. È lui l’unico protagonista dello stupefacente raddoppio. È l’interprete perfetto, per argomenti e modalità mediatiche, di pulsioni e esigenze che si sono fatte strada tra gli elettori. Può piacere o al contrario inquietare, ma in sede di analisi questo è un dato di fatto.

Ad oggi siamo ben lontani dalla situazione profilatasi lo scorso 4 marzo, in quanto in questo arco di tempo abbiamo potuto assistere a numerosi cambiamenti e colpi di scena che di fatto hanno portato ad una ulteriore diversificazione e articolazione del panorama politico italiano. Le ultime tornate regionali, in Abruzzo e in Sardegna, hanno confermato la crescita della Lega e la flessione dei 5 Stelle. Questi risultati regionali riflettono quello che ormai è il trend politico degli ultimi mesi, ovvero una Lega che non si ferma, ma anzi continua il suo rafforzamento, ormai vicina al 36%, e viceversa un M5S in forte calo, arrivato a toccare il 21%.

Sicuramente è quest’ultimo dato che risalta maggiormente agli occhi, l’arretramento sensibile dei pentastellati causato da una posizione acquiescente verso la Lega su una serie di temi quali le grandi opere, l’immigrazione, il decreto sicurezza e l’autonomia regionale. Ciò porta inesorabilmente ad un allontanamento della propria base elettorale, quella che aveva costituito quel bacino di credibilità che ne aveva permesso l’esplosione, in termini elettorali, soltanto un anno fa.

La Lega ha aumentato la sua capacità di acquisire elettori dalle forze del centrodestra e anche dal M5S: sono in gran parte elettori provenienti dagli strati più popolari, ma anche dai ceti superiori e acculturati; è un vero e proprio esodo di voti dal M5S, perfino di alcuni fedelissimi, che, se aggiunto al numero dei pentiti e dei delusi, può chiarire meglio l’entità della crisi interna al movimento.

Minimi segnali di ripresa per il Partito Democratico che si attesta sulle percentuali di fine 2018 e che non perde più elettori in favore del M5S. Il partito tiene e le manifestazioni e la mobilitazione civile nelle sue varie componenti hanno messo in evidenza un centrosinistra in campo nel suo insieme, in apparenza rinvigorito e determinato ad uscire da questa fase di stallo.

La situazione politica attuale è molto complicata, è stata ed è ancora caratterizzata da continui flussi e migrazioni di consensi da una formazione all’altra. Complessivamente sembra superato il periodo della rabbia e della protesta antisistema e la vera sfida che attende le due formazioni al governo è riuscire a conciliare le istanze di critica verso le istituzioni con il carattere propositivo di progetti concreti futuri.

All’opposizione spetta il compito di rafforzare il proprio ruolo per rendere più compiuta la nostra democrazia.

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