Chi sono e cosa chiedono i gilet gialli

Operai. Disoccupati. Pensionati. Casseurs. Frange politiche estreme. La Francia periferica povera e dimenticata, radiografia di un movimento.

Sono stati definiti gilets jaunes, ovvero “gilet gialli”, i manifestanti che a partire da sabato 17 e domenica 18 novembre scorso hanno iniziato la protesta, in migliaia, contro i rincari della benzina voluti dal governo del presidente Emmanuel Macron, bloccando la circolazione su strade e autostrade. La definizione “gilet gialli” è dovuta al fatto che i manifestanti, durante la protesta, hanno indossato i giubbotti retro-riflettenti che, per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Il movimento dei gilet gialli non presenta un’organizzazione formale né un leader riconosciuto ufficialmente, i comunicati fin qui pubblicati parlano genericamente di una protesta “del popolo francese”. È un movimento che non fa riferimento ad alcun partito politico ed è indipendente dai sindacati; si definiscono persone normali “come me e te (…) un pensionato, un artigiano, uno studente, un disoccupato, un uomo d’affari (…) soprattutto una persona che è preoccupata di non arrivare alla fine del mese”. Si tratta delle fasce colpite più duramente dalla crisi economica, le cui difficoltà hanno aumentato le differenze tra coloro che vivono nei grandi centri urbani e chi invece abita nelle aree periferiche o rurali come la Borgogna, le Ardenne, la Nuova Aquitania.

A spingere in strada i gilets jaunes in una prima fase è stato ufficialmente il rincaro delle accise sui carburanti, arrivate a 0,76€ per il gasolio e 0,39€ per la benzina e la prima ondata di manifestazioni ha riguardato soprattutto i piccoli centri e non a caso alcuni dei membri di spicco dei gilet gialli arrivano da Guerét, nella Nuova Aquitania, in passato simbolo del provincialismo rurale.

L’elenco delle rivendicazioni è piuttosto lungo e variegato: si va dall’eliminazione del crescente fenomeno dei senzatetto alla lotta alla povertà, da una maggiore progressività delle imposte sul reddito al salario minimo di 1.300€ netti, fino alla promozione delle piccole imprese nei villaggi e nei centri urbani e al “no” alla creazione di nuove grandi aree commerciali. Sono inoltre richieste maggiori tasse per i grandi colossi come McDonalds, Amazon e Google e un nuovo sistema pensionistico. Insomma, ad incrociarsi sono idee di antiglobalizzazione e protezionismo e richieste per maggiori servizi sociali e sostegno al reddito.

Le immagini trasmesse delle proteste si sono concentrate quasi esclusivamente sui cortei e sugli atti di vandalismo a Parigi e poca attenzione, invece, è stata riservata alla più vasta protesta lungo le strade periferiche, dove sono andati in scena i cosiddetti “filtri”, posti di blocco che hanno rallentato il traffico per permettere ai gilet gialli di chiedere agli automobilisti di firmare petizioni; è soprattutto in queste zone che potrebbe crescere ulteriormente il malcontento.

Dopo settimane di manifestazioni, di proteste e disordini in tutta la Francia uno spiraglio, seppur minimo, sembra aprirsi a seguito del discorso del presidente Macron che, pur restando fermo sulle misure da adottare un caso di violenze, ha voluto rispondere alla protesta cercando di accogliere le richieste dei gilet gialli, mostrando di aver capito il momento storico. Le misure previste saranno la completa defiscalizzazione degli straordinari, l’aumento dello stipendio minimo di 100€ al mese senza ricarico per i datori di lavoro e la defiscalizzazione completa delle pensioni sotto i 2000€ mensili.

Accanto alle richieste di natura economica si è aggiunta una domanda di protezione sociale e culturale, una domanda trasversale a tutte le classi sociali: è a questo che i partiti devono rispondere per la sopravvivenza della democrazia.

Per la prima volta lo scorso dicembre Macron ha mostrato la necessità di ascoltare e capire e riconoscere i propri errori, una prova di maturità offerta ai gilet gialli ma soprattutto ai tanti francesi che lo hanno portato all’Eliseo, non un secolo ma solo 20 mesi fa.

Il tentativo del presidente Macron è stato quello di indirizzare le domande venute dal movimento nel Grand débat national, un tour di consultazioni di circa due mesi tra governo e rappresentanze locali che possa in qualche modo riattivare la democrazia dal basso; questo insieme alla possibilità di indire un referendum di iniziativa popolare proposto nella piattaforma di rivendicazione dei gilet gialli.

Tutto questo sarà sufficiente? Difficile fare previsioni, probabilmente il movimento si dividerà: per i pensionati sono previste buone misure, per i lavoratori dipendenti una somma di 80€ alla Renzi ma per i lavoratori autonomi e per i disoccupati, vero problema francese, praticamente nulla.

Ora bisognerà vedere se i gilet gialli si sentiranno abbastanza soddisfatti da abbandonare almeno le forme più violente di lotta, se alcuni leader politici continueranno a cavalcare la protesta, se prevarrà la linea più moderata che costituisce gran parte del movimento.

Per il momento le manifestazioni continuano.

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